CGIL. Piccola storia di una contessa in bilico
Tra i molti temi e sottotemi che si potrebbero stigmatizzare al termine dell’intensa “due giorni” di dialettica sindacale torinese pro FIAT, balza all’occhio l’ennesima rassegna di un sindacalismo nuovo per tanti versi; tra cui l’inedita rottura del fronte unitario delle tre grandi confederazioni, CGIL, CISL e UIL.
Una triade di sigle che è stata imparata e ripetuta da tutti, da sempre, in questo rigoroso ordine. Con la CGIL, dunque, sempre assolutamente prima: in quanto più antica, più grande e più ortodossa (alias rigidamente comunista, lontana dall’ispirazione cattolica della CISL e genericamente più centrista della UIL). Spostare la CGIL dal gradino più alto del grande podio sindacale avrebbe equivalso a nominare Cesare dopo Pompeo (e Crasso), oppure Ottaviano dopo Antonio (e Lepido). Fastidiosa cacofonia, e intollerabile oltraggio alla regina delle confederazioni sindacali. Anzi, direi alla contessa, tanto per citare una canzone tanto cara ai comunisti italiani (“Compagni! Dai campi e dalle officine / prendete la falce e impugnate il martello…”).
Era il sindacalismo del tempo che fu: dei Luciano Lama e dei Pierre Carniri; delle convergenze parallele e dell’appoggio esterno; dei Muri di Berlino e della Guerra Fredda.
Oggi – e sembra passato un secolo – quella contessa si presenta in una strana maniera. È sempre la più grande (e ovviamente sempre la più antica); ma – complice la perdita della sua più spiccata connotazione ideologica, figlia del tramonto del comunismo su larga scala – non sa o non vuole più presentarsi come leader incontrastata della triade. Un tempo (al di là degli accidenti della dialettica interconfederale), non seguire la CGIL nel fronte comune con la controparte contrattuale avrebbe significato, per CISL e UIL, un’immediata delegittimazione agli occhi del Governo, nonché della stessa base. Oggi, con un esecutivo che per primo orchestra una dialettica non necessariamente unitaria con la triade, a essere delegittimata sembra nientemeno che la CGIL stessa.
Si tratta di un qualcosa di così nuovo da poter essere difficilmente sottolineato. Mentre CISL e UIL prendono pragmaticamente atto di una loro posizione erosa dalla competizione globale, e sostanzialmente accompagnano la linea della FIAT che offre nuovi investimenti in cambio di una e vera e propria destrutturazione dei più classici strumenti di contrattazione collettiva, la CGIL gioca la carta del fondamentalismo sindacale; sottolinea a ogni pie’ sospinto gli elementi negativi del negoziato; si espone agli strali della altre due confederazioni (che, in occasione delle precedenti tornate di trattativa per Termini Imerese e soprattutto Pomigliano, l’hanno apertamente accusata di retrivia). Fin qui, potremmo ancora essere nel campo delle sempre esistite differenze di linea tra le tre confederazioni; il punto è che, per la prima volta nella storia, la linea che tende e prevalere è quella delle due sorelle più piccole.
Naturalmente, dietro tutto ciò ballano precisi e complessi calcoli legati alla dialettica sindacale: esterna (nella guerra con CISL e UIL per i voti della base), ma soprattutto interna, relativa ai rapporti tra “mamma” CGIL e la sua figlia maggiore. Quella FIOM che porta alla CGIL la maggioranza relativa degli iscritti; e che – per bocca del suo segretario nazionale Maurizio Landini – in questi due giorni ha esposto linee forti e tendenzialmente autonome rispetto a quelle confederali.
In questo scenario, il… “fondamentalismo secessionista” della CGIL può apparire molto più razionale e comprensibile. In attesa di vedere quali saranno i suoi risultati concreti, non resta che consegnare alla storia il definitivo tramonto della solida Triade CGIL, CISL e UIL; e la calcolata, inedita e criticata abdicazione della sua antica e incontrastata Contessa.


























