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Eternit. Processo penale in cerca di possibili imputati

20 settembre 2010 Nessun Commento

Si poteva pensare che un processo delle dimensioni e della complessità del processo Eternit impiegasse qualche udienza, per risollevarsi completamente dal torpore estivo. Invece, nulla di tutto ciò: al contrario, un reinizio sostanzioso e a tratti addirittura spumeggiante.

Sostanzioso, perché – grazie all’oculata calendarizzazione effettuata prima dell’estate – sin da oggi erano in programma le consulenze tecniche dell’accusa miranti a dimostrare l’effettivo ruolo degli imputati nella Eternit Italia (e dunque la loro responsabilità per i fatti contestati). Spumeggiante, perché il metodo scelto dalla pubblica accusa per portare in aula tali tesi ha immediatamente suscitato le vive eccezioni dei legali della difesa.

Allo scopo, è sufficiente che Paolo Rivella e Elena Pizzotti – i due consulenti dei PM – prendano la parola, e annuncino di voler “dimostrare le effettive resposabilità degli imputati come amministratori di fatto della Eternit Italia”. Dai banchi della difesa, immediatamente si solleva una mitraglia di obiezioni, con l’avvocato Alleva e l’avvocato Zaccone che eccepiscono il divieto, in capo ai consulenti del PM, di compiere attività di carattere investigativo e valutativo. Insomma, secondo la difesa, il consulente non deve fare il vice del PM stesso.

Di qui in poi, l’udienza è una lunga corsa tra ostacoli alti e robusti. La ricostruzione dei ruoli di Stéphan Schmidheiny e Jean-Louis de Cartier prende le mosse dal ruolo storico delle rispettive famiglie in cent’anni di storia dell’amianto in Europa e nel mondo: organigrammi, bilanci, lettere di decenni fa, articoli di giornale non meno datati e alberi genealogici nei quali padre e figlio omonimi sono numerati progressivamente, proprio come in una dinastia regnante. Non appena i consulenti provano a riassumere la massa di dati sotto forma della loro utilità pro tesi accusatoria, i difensori rinnovano prontamente la loro eccezione iniziale.

Piuttosto che perdersi in tali meandri tecnico-processuali, conviene forse valutare l’impatto di tutto ciò sulla realtà pratica e concreta del processo in corso.

Sul piano teorico, tale impatto è assolutamente fondamentale: di qui, e solo di qui, passa la natura in capo agli imputati di amministratori di fatto della Eternit Italia S.p.A. Senza tale anello, la catena accusatoria non regge, e i fatti per cui si procede non saranno mai addebitabili a Schmidheiny e a de Marchienne.

Sul piano pratico, non possiamo dimenticare di chi stiamo parlando. Un miliardario svizzero ormai dedito alla filantropia (Schmidheiny) e un barone belga poco meno che novantenne (de Cartier). Due personaggi, insomma, che per motivi economici, geografici e anagrafici non sembrano poter essere molto toccati dalle decisioni a loro carico di un tribunale italiano. Se non, ovviamente, dal punto di vista del risarcimento dei danni alle parti civili. Perché è vero che l’accertamento della responsabilità civile va teoricamente di pari passo con l’accertamento della responsabilità penale; ma è anche vero che, da quanto il processo ha avuto inizio, gli imputati hanno continuato ad offrire transazioni risarcitorie alle singole parti civili (non poche delle quali hanno accettato, facendo progressivamente diminuire il numero di coprotagonisti del processo).

Fino a questo momento, la vera natura del processo Eternit pare proprio questa: gigantesco punto di aggregazione delle istanze risarcitorie civili (di cui alcune già soddisfatte almeno in parte), quale che siano esito finale del processo penale e correlato impatto sugli imputati. Quanto quest’ultimo possa crescere, lo diranno ulteriori udienze, organigrammi e bilanci delle prossime settimane.

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