Addio Enzo, «pipa» azzurra e gloria granata
E’ morto all’età di 83 anni Enzo Bearzot, indimenticato commissario tecnico della Nazionale azzurra che nel 1982 vinse in Spagna il proprio terzo campionato del mondo di calcio. Il vecio, che era nato nel 1927 ad Aiello del Friuli, si è spento 42 anni esatti dopo vittorio Pozzo, CT delle prime due vittorie italiane ai mondiali. Da calciatore, Bearzot fu bandiera del Torino, di cui vestì la maglia dal 1954 al 1964 (con una parentesi all’Inter) portando a lungo anche la fascia di capitano.
Mentre la stampa nazionale e internazionale porge l’estremo omaggio all’artefice del terzo alloro mondiale degli azzurri, la Torino granata piange uno dei suoi più cari e affezionati capitani. Pochissimi sono coloro che hanno goduto di simmetrica fama come calciatori e come allenatori (uno su tutti: Franz Beckenbauer); così, quando le glorie della panchina sopravanzano quelle del campo, queste ultime finiscono per cadere nel più classico dimenticatoio.
In realtà, Enzo Bearzot come giocatore del Torino non fu cosa da poco. Giunse alla società granata nell’estate del 1954, vi rimase due anni prima di passare all’Inter, per poi ritornare al Torino nel 1956 e rimanervi sino al 1964, anno in cui diede l’addio al calcio giocato.
Difensore roccioso, carattere forgiato alla più classica maniera friulana, introverso e faticatore, Bearzot si ritagliò in maglia granata un ruolo di tutto prestigio. Reggendo le sorti della difesa nella seconda metà di quegli anni cinquanta nei quali il Toro, risorto a fatica dalle ceneri di Superga, alternava annate più che degne a pericolosissime sbandate all’ingiù; contribuendo in maniera decisiva al pronto ritorno in serie A dopo la retrocessione del 1959; vivendo nell’ultima parte della carriera il rilancio del Toro verso le nuove glorie degli anni Settanta. Prima di appendere le scarpette al chiodo e dopo aver coronato la sua bella avventura granata con un’autentica perla statistico-affettiva: l’aver firmato – lui difensore – l’ultima rete del Toro nel mitico stadio Filadelfia (19 maggio 1963: Torino-Napoli 1-1).
Storie e aneddoti certamente non in grado di fare ombra alle glorie azzurre del vecio. Ma che tuttavia completano doverosamente la biografia di un uomo di sport che era già grande prima di approdare alla panchina azzurra. Del resto, il ricordo più approfondito e completo di Bearzot con la maglia del Toro è occasione proficua per restituire qualche lustro a quegli anni cinquanta da sempre ricordati come il periodo più buio della storia granata, stretti – lo abbiamo già ricordato – tra il Grande Torino e la prima retrocessione in serie B. Ma che, agli occhi dell’anoressico tifoso granata dei giorni nostri, potrebbero rappresentare un confortevole balsamo, punteggiati – come pur sempre furono – di settimi e ottavi piazzamenti in serie A…
Del resto, il sangue granata non abbandonò Bearzot neanche quando approdò alla fase più nota e gloriosa della sua carriera calcistica. CT della nazionale dal 1975, prima affiancato a Fulvio Bernardini e poi – dal 1977 – in solitudine, egli palesò i propri robusti trascorsi torinisti nella maniera più comprensibile (anche se non sempre tecnicamente condivisibile): ogni qualvolta si ponesse in chiave azzurra un dualismo tra un giocatore granata e un altro giocatore, egli quasi sempre lo risolveva in favore di quest’ultimo, vittima dell’ovvio timore di essere accusato di favoritismi più o meno freudiani. E fu così (anche se, naturalmente, non sempre solo per queste ragioni) che Renato Zaccarelli cedette il passo ad Antognoni, Claudio Sala a Causio, Paolino Pulici a Bettega, Ciccio Graziani a Paolo Rossi.
Fino a quando questi ultimi – complice un infortunio dello stesso Bettega – si trovarono titolari insieme (del resto, Graziani giocava ormai nella Fiorentina: niente più rischi, per il CT, di lapsus freudiani). Era il giugno del 1982; e una nazionale dal gioco brutto e noioso si qualificò a stento prevalendo su uno sconosciuto Camerun. Ma, di lì a una settimana, fece piangere un giovane Maradona e un mitico Brasile, per la gioia di un “partigiano come presidente” (come lo chiamava Toto Cutugno), che scattò in piedi quando una folle corsa di Tardelli urlò “goooool” in una torrida notte madrilena.
Ma questa è un’altra storia. Più che mai – in tutti i sensi – di dimensione nazionale. Arrivederci Enzo, storico capitano granata.
Roberto Codebò
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