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Sentenza Thyssen: la febbre del venerdì sera

14 aprile 2011 Nessun Commento

Parlare di una sentenza dopo un dibattimento durato più di due anni ci fa sentire come Mosè, allorquando parlava al popolo eletto della Terra Promessa. In ispecie da parte del cronista che con quel dibattimento abbia un rapporto ormai pressoché simbiotico, di tanto in tanto stigmatizzato dagli stessi addetti ai lavori: “Lui segue tutte le udienze Thyssen, ed è ancora vivo…”, scherzava qualche tempo fa il PM dott.ssa Traverso con un collega, riferendosi per l’appunto a chi scrive.

Del resto, caratteristico delle vicende giudiziarie così lunghe e complesse è il fatto che esse si trascinino, si interrompano, si spezzettino in mille anonimi e assai poco mediatici rivoli di testimonianze e perizie poco più che irrilevanti, per poi di colpo ritrovare la loro unità, la loro grandezza, la loro eco mediatica nei pochi momenti che davvero per tutti contano. Accadde tra ottobre e novembre del 2009 per l’esame di Harald Espenhahn, principe degli imputati che tenne tutti in sospeso con mille cambi di data d’udienza; accadde lo scorso 14 dicembre per le richieste di pena, con aula straboccante di cronisti, tribune gremite anche dal pubblico abituale del processo Eternit (che ci sarà certamente anche domani) e commenti all’insegna del cronico equivoco tra pena richiesta e pena inflitta. E accadrà anche e soprattutto domani, con l’unica incognita dell’incidenza su tutto ciò degli orari già previsti.

Già. Perché la Corte ascolterà in mattinata le ultimissime repliche, dopodiché si ritirerà in conclave – pardon! In camera di consiglio – fino a sera, pare almeno fino alle 21. Se fossimo in inverno, potremmo dire che a quell’ora il Palazzo di Giustizia sembra il castello delle streghe; siccome siamo in una primavera dal clima molto estivo, diremo che il Bruno Caccia sembrerà una di quelle spiagge rinomate che, affollatissime fino a poco prima, si trasformano poi in deserti palcoscenici del tramonto; fin quando, senza più sole e con ancora qualche chiaro all’orizzonte, irrompe una torma di chiassosi bagnanti dell’ultima ora armati di chitarra e bottiglie di birra, che, invece di distribuirsi per tutta quell’enorme spiaggia deserta, ne riempie all’inverosimile soltanto una piccola parte.

Fuori di metafora (e scusandoci per l’innocente accostamento tra i bagnanti del paragone e il dolore delle famiglie delle vittime), nella realtà quanto chiasso e quanta birra vi saranno dipenderà molto dall’ora a cui la sentenza verrà letta. Di certo, il chiasso – almeno mediatico – non mancherà nei giorni successivi.

Roberto Codebò

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