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Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio

14 novembre 2011 Nessun Commento

Ci è più volte accaduto, in questi anni, di definirci l’unico italiano a non aver nulla di personale né pro, né contro Silvio Berlusconi. Attendevamo con una certa apprensione il momento in cui avremmo dovuto darne concreta prova, commentando il sipario che cala sulla Seconda Repubblica. Vergini di servo encomio e di codardo oltraggio, così come Alessandro Manzoni si proclamava nel cantare la morte – quella volta fisica e non politica – di un certo Napoleone Bonaparte.

Più che di dimissioni, si potrebbe trattare di una sorta di festa popolare. Rimbalzata dalle piazze di Roma ai social network, a suon di risate, barzellette, insulti e urla di liberazione. Toni e note che hanno riportato la memoria al 1993, ai lanci di monetine a un Craxi fuggiasco dall’hotel Raphael di Roma, sottolineate dalle grida «ladro, ladro!». Tuttavia, se da un lato un simile accanimento contro la persona di un uomo politico è per qualche verso unico nel suo genere, per altro verso la reazione generale appare assai più sfumata di quanto potrebbe a prima vista sembrare. Perché il premier, dopo aver fatto per anni lo slalom tra mozioni e questioni di fiducia, tra udienze dei suoi vari processi ed altrettali sospensioni per il famigerato legittimo impedimento, non ha questa volta atteso una peraltro ormai ovvia votazione contro di lui da parte dell’emiciclo, andandosene in una maniera che – come stiamo per vedere – lo ha salvato da qualcosa di molto peggio di ciò che è accaduto.

Tipico, del resto, del personaggio. Capace di incantare mediaticamente, nel 1994, le folle orfane dei grandi partiti storici, che immediatamente votarono per lui buggerando una sinistra che pensava di poter conquistare con Achille Occhetto una buona fetta dell’ex elettorato DC. Capace di suscitare, una volta salito al governo, una quasi immediata antipatia in chi non l’aveva votato, figlia un po’ dell’inedita gestione del potere a suon di quella televisione che l’aveva reso straricco, e un altro po’ della quasi patetica improvvisazione di quei nove mesi del Berlusconi primo, fino a quello che divenne famoso come ribaltone. E – sorpresa delle sorprese – capace di evitare un naufragio dato a quel punto per scontato, dribblando il baratro che lo separava dall’etichetta di cometa della politica e costruendosi poi, in un ruolo di capo dell’opposizione da lui paradossalmente saggiato dopo il ruolo di capo del governo, la straripante vittoria elettorale del 2001, atto di nascita del Berlusconi secondo.

Di lì in poi, la storia è più recente e nota. Dopo la sconfitta del 2006 – talmente annunciata che rischiò all’ultimo momento di trasformarsi in vittoria – il Berlusconi terzo del 2008, pronto a colmare la misura di un elettorato (quello in suo favore) per il quale il sostegno al centrodestra incominciava a stingere rispetto alla vieppiù deteriorata straripanza neroniana di un premier ormai settantaduenne. Nel quale l’appeal mediatico dei primi anni – ben gradito a chi vi vedeva il riscatto da quasi mezzo secolo di vacche sacre della prima repubblica – sempre più appariva segnato dall’incedere degli anni e dall’invadenza un po’ circense del modello azienda nei palazzi della politica. Ed ecco l’inevitabile barocchizzazione, dalle prime sporadiche barzellette allo sdolcinatissimo video sulle note di “Meno male che Silvio c’è”; dall’imprenditore homo novus della politica agli ammiccamenti molto intrallazzati con Putin e soprattutto Gheddafi; dalle prime – e agli occhi odierni moderate – diatribe con i magistrati sino alla guerra a suon di leggine ad hoc sul legittimo impedimento, il tutto su processi che ormai toccavano i pietosi tasti dei bunga bunga a suon di minorenni, con la collaborazione con quell’Emilio fede che di Berlusconi era stato il primo commosso poeta televisivo.

Finché, un giorno, qualcuno dei suoi – mai troppo – fedelissimi si stancò di lui. Mini diaspora dalle file della maggioranza dopo la millesima votazione passata a Montecitorio per un soffio, e piccola mossa a sorpresa dell’ultimissimo Silvio all’ormai smisurata ed eccitata folla dei suoi detrattori. Che hanno fatto su Facebook il conto alla rovescia delle sue dimissioniche lo hanno chiamato «maiale» e hanno proclamato “e quindi uscimmo a riveder le stelle”; ma che si sono anche responsabilmente posti il problema di chi arriverà ora e di che cosa farà, anteponendo la concreta esigenza del Paese alle eccessive manifestazioni di un orgasmo che pur covavano da troppo tempo.

E così, contro un Silvio che – per l’ultima volta istrione di se stesso – rassegna le dimissioni il sabato in prima serata, tutto sommato meno grida, insulti e fischi di ciò che avremmo immaginato. Da parte di chi, anche se non forse non lo ammetterà mai, ha riconosciuto un’ultima forma di responsabilità politica nel lasciare Palazzo Chigi in questo modo: non subito dopo i fischi di Monte Citorio per una mozione di sfiducia, bensì attraverso il coma farmacologico (concordato con l’opposizione) dell’approvazione-lampo alle camere del DDL stabilità. Alla fine, lo scontatissimo oltraggio – per la gioia di Manzoni – non è stato tutto sommato codardo. Così come l’encomio, del resto, mai era stato più di tanto servo.

Roberto Codebò

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