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Addio Socrates, perla verdeoro di un trionfo azzurro

05 dicembre 2011 Nessun Commento

Per i tifosi italiani, il ricordo di Socrates (morto ieri a soli cinquantasette anni per un’intossicazione alimentare) non è tanto legato alla pallida stagione disputata nella Fiorentina, quanto al fatto che fosse il capitano del Brasile del 1982, battuto dall’Italia in una delle partite più belle ed incredibili della storia della Nazionale azzurra. Dal nostro punto di vista, l’occasione per una divagazione storica oltre i confini calcistici della nostra regione.

Valdir Peres, Leandro, Oscar; Luisinho, Falcao, Junior; Socrates, Cerezo, Serginho, Zico, Eder. “Questi undici artisti del calcio sono proprio imbattibili?”, titolava la Gazzetta dello Sport il mattino di quel 5 luglio 1982. Quegli undici artisti avevano segnato tredici reti in quattro partite, prima spadroneggiando nel girone eliminatorio e poi battendo l’Argentina per tre a uno nel gironcino a tre che comprendeva anche gli azzurri. I quali, finiti in quel girone dopo una pietosa qualificazione ottenuta con tre pareggi, si videro ovviamente spacciati. Poi batterono anche loro l’Argentina, nell’incontro in cui Claudio Gentile annullò Maradona con mezzi leciti e non; ma soltanto per due a uno, sicché contro l’Italia al Brasile, per accedere alla semifinale, bastava un pareggio.

Un vantaggio troppo grande, per una formazione che fino a quel momento era sembrata puramente e semplicemente invincibile. Così il grande Gianni Brera, quella stessa mattina, non poteva che augurarsi che i nostri si congedassero senza far troppa pena. Invece, dopo cinque minuti passò in vantaggio l’Italia, con il primo gol di Paolo Rossi al Mondiale. Il pareggio brasiliano fu proprio di Socrates, ispirato da Zico con un divin tocco ad occhi chiusi: il capitano fulminò Zoff con una rasoiata che alzò il gesso della linea di porta (erano altri tempi). Poi sappiamo come finì: un altro gol di Rossi, un altro pareggio stavolta di Falcao (ancora oggi, Zoff sostiene che quel tiro sia stato leggermente deviato, altrimenti non avrebbe mai preso gol in quel modo); e il terzo gol di Rossi, quando più nessuno ci credeva, a suggellare un trionfo che – non ci fosse stata Italia-Germania 4-1 dodici anni prima – sarebbe certamente ricordato come il più mitico incontro degli azzurri ai Mondiali.

A quell’epoca, Socrates giocava nel Corinthians. Venne alla Fiorentina due anni dopo, ritrovando tra i viola quel Giancarlo Antognoni che lo aveva battuto in Italia-Brasile (e che aveva anche segnato, ma il gol venne annullato per un inesistente fuorigioco quasi che il Dio del calcio volesse salvaguardare l’eleganza statistica della tripletta di Rossi); in giro per l’Italia, altre schegge di quella divina Nazionale, da un Falcao ormai al tramonto a Junior approdato al Toro quella stessa estate, a Cerezo, alla riserva Edinho e nientemeno che a Zico. Erano gli anni in cui lo straniero era mito per definizione; ma alla Fiorentina Socrates non incantò. Troppo eccentrico, troppo imbevuto di filosofia e di politica per poter vincere la saudade (tipica nostalgia di casa dei brasiliani) con la sua tecnica sopraffina culminante nei rigori battuti senza rincorsa.

Appena trentunenne, se ne tornò in Brasile dopo un solo anno; dopo qualche altra stagione di calcio giocato, la lunga abulia tipica di troppi ex atleti, tra noia vizi e depressione. Miscela letale a soli cinquantasette anni, per il primo di quegli undici dèi (almeno stando alle notizie in nostro possesso) a essere veramente chiamato a salire al cielo. Appena arrivato lassù, avrà sicuramente stretto la mano al nostro Enzo Bearzot.

Roberto Codebò

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