Costa Concordia: tragica sottolineatura di un imminente centenario
Tra tre mesi esatti, il prossimo 14 aprile, si celebrerà il centesimo anniversario della più grande – o, almeno, della più celebre – tragedia della storia navale. Perché il Titanic, gigante del mare la cui storia non ha bisogno di alcuna presentazione, colò a picco proprio la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, dopo la collisione con un iceberg al largo di Terranova: 1523 morti su 2223 passeggeri il tremendo bilancio del viaggio inaugurale di un transatlantico la cui maestosità avrebbe dovuto mantenere alto il vessillo della White Star Line contro i rivali della Cunard, negli ultimi anni della grande migrazione europea verso gli Stati Uniti (di lì a poco, il presidente Woodrow Wilson avrebbe chiuso le frontiere) e dell’epopea dei giganti del mare. Navi che alle dimensioni impensabili qualche decennio prima – il Titanic misurava 269 metri di lunghezza – univano lo sfarzo di saloni di prima classe che parevano rubati a qualche reggia europea.
Altri tempi, altre navi, altri strumenti, altri comandanti. Recitano le cronache dell’epoca: «Si apprende da Halifax che all’urto i passeggieri [sic] spaventati credettero che si fosse tagliata in due un’altra ave. Il capitano Smith non perdette il suo sangue freddo. Comprendendo però la gravità dell’accidente, fece fare gli appelli dalla telegrafia senza fili e diede ordini perché fosse mantenuta una severa disciplina». Frasi che, a un secolo di distanza, fanno singolare contrasto con un comandante appena arrestato, al quale gli inquirenti contestano una folle manovra di avvicinamento all’isola del Giglio che avrebbe contribuito ad aggravare le conseguenze del naufragio.
Questioni delicate, e da trattare nel pieno rispetto di un uomo che non deve essere cannibalizzato con troppo facile accanimento mediatico, nel momento in cui la tragedia della Costa Concordia tiene banco in tutti i modi. Una tragedia la cui entità in termini di vite umane si mantiene per fortuna sideralmente lontana dai numeri del Titanic o anche soltanto di qualche naufragio più vicino a noi nello spazio e nel tempo (si pensi ai 140 morti della Moby Prince nel rogo di Livorno del 1991); ma che rischia purtroppo di passare alla storia come grottesca farsa delle umane incapacità. Cento anni fa, quella «telegrafia mobile» valse a far accorrere attorno al Titanic decine di navi che incrociavano nell’area, e a trarre in salvo circa un terzo di passeggeri ed equipaggio: risultato eccezionale, in un tratto di oceano aperto letteralmente infestato dai ghiacci vaganti. Oggi, satelliti e ponti di comando ipertecnologici non sono valsi ad evitare un misero spuntone di roccia durante la navigazione in mezzo a un arcipelago situato a poche miglia dalla terraferma.
«L’uomo mio difendi dal mare / dai pericoli che troverà», cantava Fiorella Mannoia insieme con Pierangelo Bertoli. Un’accorata preghiera a ricordare che il mare – come la montagna – non più di tanto tollera che la propria, talora spietata sovranità sulle nostre vite sia intaccata da umane e tecnologiche precauzioni. Nella speranza, però che quel «sangue freddo» e quella «severa disciplina» ricordate alle cronache di un secolo fa facciano stabile compagnia a GPS, batimetri e PC. Una chiave di lettura che avremmo preferito non avere, per celebrare, tra tre mesi, il centesimo anniversario della più celebre tragedia del mare.
Roberto Codebò
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