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Grazie di cuore Usain, per esserti congedato da essere umano

Posted On 12 Ago 2017

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Ognuno dei miei venti lettori avrà pensato a qualche cosa di diverso, vedendo Usain Bolt infortunarsi nel bel mezzo degli ultimi cento metri ufficiali della sua carriera (salva smentita da molti ritenuta probabile), conclusisi su una sedia a rotelle invece che sulla linea del traguardo. Dopo un lungo attimo di commossa confusione, personalmente ho pensato a Ivan Drago.

In molti ricorderanno il coprotagonista del film “Rocky IV”, interpretato dallo svedese Dolph Lundgren: montagna di muscoli costruita in laboratorio che prima picchia Apollo Creed fino ad ammazzarlo, poi viene sfidato da Rocky, malmena per un po’ anche lui, indi si prende un bel cazzotto che fa esclamare all’allenatore dello stesso Rocky: “Non è una macchina, è un uomo!”. Di lì in poi Drago se le prende di santa ragione e conclude il match con l’etichetta del simpatico, dello sconfitto e dell’essere umano.

Simpatico, Usain Bolt non aveva certo bisogno di diventare. Sconfitto, lo avevamo già visto qualche sera fa nella gara dei cento metri. Essere umano, lo abbiamo visto finalmente questa sera. Chi l’avrebbe mai detto che quel fisico divino e divinamente concepito per la corsa potesse non solo perdere, ma addirittura… farsi male invece di volare via come il vento tamponando e annullando – nel caso della staffetta – le eventuali falle dei precedenti frazionisti giamaicani…?

“Sembra stanco, Usain Bolt”. Le parole dei telecronisti della Rai erano state pronunciate in tempi non sospetti, qualche istante prima della partenza della 4×100. Nello stesso punto in cui l’altra sera nei 100 metri non si era innescato il cambio di marcia che ha polverizzato fior di atleti, stasera la gamba sinistra di Bolt ha ceduto di schianto, regalando al suo proprietario una passerella ben diversa da quella che tutti avevano immaginato.

Cosa resterà, a un paio di miliardi di telespettatori o giù di lì, di questa passerella…?

Non vorrei sembrare positivo a tutti i costi, ma credo che Bolt – ammesso che di congedo si tratti – non avrebbe potuto congedarsi meglio da tutti noi. Se ne fosse andato con l’ennesima vittoria, in fondo sarebbe stato banalmente divino; simpatico a tutti noi come può esserlo un dio, ma non come può esserlo un uomo. Al contrario, se è vero che del suo dolore certo nessuno ha saputo gioire data la simpatia del personaggio, quello stesso dolore lo ha portato vicino a noi, ricordandoci che persino un dio, qualche volta, può cadere e farsi male. Meraviglioso incoraggiamento, per chi tutta la vita lotta, cade e si rialza.

Roberto Codebò

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