Dèstati, Italia, al canto e all’urlo di San Siro

Posted On 11 Nov 2017


In queste ore drammatiche per il destino della nostra Nazionale, sale altissima da ogni angolo d’Italia l’invocazione a un santo che è anche un luogo, ospite e auspice della difficile impresa azzurra che tutti si augurano.

San Siro non è semplicemente luogo, ma è semplicemente mito. “La Scala del Calcio”, epiteto più frequentemente attribuitogli, esprime forse la nobiltà della sua storia ma non anche l’aura non solo mitica, ma anche mistica, così ben cristallizzata dal fatto che il suo nome sia quello di un santo. Santo dal nome filante, allitterante e sibilante, così diverso da quello di certi suoi colleghi molto in voga a Milano tipo Babila, Eustorgio o Radegonda, che di certo in quel ruolo non avrebbero avuto altrettanta fortuna…

Siro, vissuto nel quarto secolo d.C., fu il primo vescovo di Pavia, della quale è oggi santo protettore. A lui venne intitolata la cappella di un borgo rurale sulle rive del fiume Olona, incorporato nel Comune di Milano soltanto nel 1873. Il suo nome divenne così quello di un quartiere, nonché del relativo ippodromo e del relativo stadio, inaugurato – con uno solo dei suoi tre attuali anelli – nel settembre 1926. Presente all’inaugurazione S.A.R. il Duca di Bergamo, recitano le cronache dell’epoca riprodotte nel museo che sorge nell’antistadio in attesa di essere trasferito sotto gli spalti. Museo congiuntamente dedicato da Milan e Inter all’interno di una proprietà del Comune, il che la dice lunga sulla maniera meneghina di vivere il dualismo tra le due squadre (a Torino, un equipollente museo dedicato a Toro e Juve andrebbe secondo me a fuoco dopo una manciata di ore…).

Dal 1980, lo stadio è ufficialmente dedicato a Giuseppe Meazza. Ma neppure il nome più illustre della storia del calcio milanese ha saputo offuscare quello di Siro, cui del resto spesso soccombe quello della città stessa. Personalmente, non mi sono mai sognato in radiocronaca di dire: “A Milano, squadre al riposo sul risultato di zero a zero”. Sempre, e invariabilmente “A San Siro”. Forse inconsciamente a sottolineare l’extraterritorialità dei luoghi magici, meta non di trasferta, ma di pellegrinaggio. A chi scende dalla stazione della metropolitana inaugurata solo pochissimi anni fa, lo stadio si impone nella sua infinita statura che svetta tutta fuori terra (il terreno di gioco è infatti circa allo stesso livello del territorio circostante). Le torri che sostengono il terzo anello sembrano in partenza per la Luna, come disse tanti anni fa Franco Zuccalà. Il tralicciato di sostegno alla copertura sembra la capote di un’astronave, e il motivo della gradinata, visibile anche dall’esterno, stria il tutto di un involontario ma elegante motivo di decorazione. Se poi è sera o meglio il crepuscolo, davvero sembra che tanta imponenza si sia appena posata lì da una galassia lontana. Motivi suggestivi e futuristici cui fanno singolare contrasto le anguste (e novantenni) scale interne del primo anello, lastricate di marmorino degno di un condominio d’epoca fascista ricoperto di moquette solo in occasione della finale di Champions’ League 2016.

Domenica scorsa, mi trovavo in tribuna stampa in occasione di Inter-Torino. Dopo miei numerosi tentativi, finalmente spalti gremiti a San Siro. Al gol del pareggio di Eder, un boato impazzito e indescrivibile mi fa letteralmente tremare la cuffia rendendo insignificante il suono al suo interno. Questo l’urlo, questo il canto, questa la passione che può spingere gli Azzurri nell’impresa contro gli svedesi. Impresa oggettivamente non poi così difficile – in fondo è sufficiente vincere due a zero – ma che rischia di essere inficiata da complessi e paure. La speranza è che maggiori complessi e maggiori paure colgano gli svedesi al cospetto della Scala del Calcio, che è mitica non solo in Italia bensì in tutto il mondo. Speranza forse un po’ antisportiva, ma del tutto giustificabile ed altrettanto innocente in capo a chi scrive, che per una (semi)figlia di quelle terre ha speso tanti versi e tanta passione…

Tutto ciò sarebbe ottimo frutto della provvidenziale designazione della location di Italia-Svezia, per una Nazionale che – non avendo, contrariamente a quelle britanniche, una casa tutta per sé – ha spesso pagato lo scotto in gare casalinghe disputate in una sede infelicemente scelta (un caso su tutti, Italia-Argentina del Mondiale 90 giocata a Napoli con Maradona in campo. Certo quella era la fase finale di un mondiale, ma altri organizzatori avrebbero evitato in ogni modo una combinazione così disgraziata).

Parafrasando Roberto Vecchioni, che le luci di San Siro si accendano ancora. Che il mito e il boato della Scala del Calcio spingano l’Italia verso un Mondiale del quale gli Azzurri non possono fare a meno, e che non vuole fare a meno degli Azzurri.

Roberto Codebò

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