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Il Nebbiolo dell’Alto Piemonte

Posted On 05 Dic 2017

C’è una zona, compresa tra le provincie di Biella, Novara, Verbania e Vercelli, che è comunemente conosciuta con l’appellativo di Alto Piemonte. È il distretto dei laghi e delle montagne dalla neve perenne, delle risaie, ma anche quello dei salami sotto grasso e delle tome di alpeggio. In un territorio così, anche il vino è una cosa seria. Se nelle Langhe il vitigno nebbiolo dà origine alle DOCG Barolo e Barbaresco, nell’Alto Piemonte quello stesso vitigno porta alla vita una serie di creazioni dalle mille sfaccettature, talvolta in coabitazione con vespolina, uva rara o bonarda.


In provincia di Vercelli nasce il Gattinara, tre anni di affinamento minimo, DOCG pregiata con alcune punte di grandissima eccellenza come il vigneto Molsino di Nervi, l’Osso San Grato di Antoniolo o le riserve di Travaglini. A due passi da lì, ma già in provincia di Novara, il suo cugino-rivale è il Ghemme, che ho cominciato ad amare agli inizi degli anni ’90 grazie ad alcune interpretazioni degli Antichi Vigneti di Cantalupo e del quale ho fermo nella memoria il Santa Fè di Ioppa.


Ci sono, poi, micro-denominazioni a prevalenza nebbiolo, come quelle del Boca, del Fara e del Sizzano, che comprendono appena otto comuni in tre, tutti nella provincia di Novara; del Bramaterra, a cavallo delle provincie di Vercelli e Biella; del Lessona, minuscola enclave di grande qualità, da provare su un bollito di carni miste. Un territorio di grande vitalità, come dimostrano la seconda edizione di “Motivo di vino”, svoltasi a fine novembre a Cureggio, la presentazione, ad inizio dicembre, della cartina dei sentieri tra i vigneti del Boca e il Boca Day, organizzato dalla Cantina Le Piane nel weekend dell’8 dicembre, con la possibilità di degustare le vecchie annate fino al 1999. Qui i miei ricordi parlano del Vigna Cristiana del Podere ai Valloni, speziato il giusto nel millesimo 2001, profumato e piacevole nel 2008, minerale e complesso, dopo tre anni e mezzo di affinamento, nel 2009. E che dire dei Bramaterra e dei Lessona delle Tenute Sella, veri capisaldi della denominazione? Senza dover rincorrere la prima annata che ho assaggiato, quell’eccellente Lessona 1990 del quale ancora detengo un ultimo esemplare in cantina, ho ben presenti il naso lieve e la beva balsamica del San Sebastiano allo Zoppo nella versione 2007 e la pulizia, la sapidità, la lunghezza dell’Omaggio a Quintino Sella nel 2008. Risalendo negli anni, mi ha colpito l’eleganza e la pienezza del Tanzo 2010 di Pietro Cassina, Lessona di limitata produzione, affinato in botti ovali di rovere austriaco.

Ma il nebbiolo, se ben lavorato in vigna e rispettato in cantina, sa dare prodotti molto interessanti anche nelle DOC meno “nobili”, come le Coste della Sesia e le Colline Novaresi. In particolare è nella denominazione Colline Novaresi che ho recentemente assaggiato espressioni che mi hanno convinto pienamente. Una di queste è il Nebbiolo MötZiflon 2014 di Francesco Brigatti, che ho avuto il piacere di degustare in quell’oasi del gusto che è La Capuccina. È un vino giovane, ma già perfettamente godibile, fresco e fruttato, con accenni balsamici, una nota pepata e un tannino piacevole ed asciutto. Un riuscito blend di nebbiolo, vespolina e uva rara, il paradigma di un vino già ottimo oggi, ma certamente capace di evolvere nei prossimi anni, offerto al pubblico con un rapporto qualità/prezzo davvero interessante.

A pochi chilometri di distanza, nel comune di Bogogno, si trova l’azienda Cà Nova di Giada Codecasa e il suo Vigna San Quirico ha le caratteristiche giuste per diventare un vero e proprio vino cult. Il vigneto è relativamente giovane e si trova nella parte superiore di una collina morenica esposta a sud, il cui terreno è composto da uno strato superficiale di argilla e ferro. Nebbiolo in purezza, con una resa di 55 quintali per ettaro, dopo venti giorni di fermentazione in acciaio viene messo in legno per la malolattica. Negli anni Giada è passata dall’affinamento in barrique al tonneaux e, adesso, alle botti da 15hl, dove il vino riposa per almeno un anno e mezzo. Le principali guide del settore recensiscono in questi giorni l’annata 2010, perché la scelta aziendale è di non presentare quelle che non sono ancora pronte per essere aperte, se non per avere un’idea delle loro potenzialità. Il mercato chiede sempre l’ultima annata, ma, in questo caso come in altri, bisogna avere la pazienza ed il coraggio di attendere per avere un grande vino. È quello che succede anche al San Quirico, che ho assaggiato nelle annate precedenti, fino al 2007. La particolarità è che, se vi capita di passare per la bella tenuta all’interno del campo da Golf di Bogogno, ovviamente su appuntamento, potrete acquistare in vendita diretta solo le annate davvero pronte per essere consumate. Nella mia personale degustazione ho trovato un filo conduttore che parla di un vino dalla forte personalità, con tannini ben presenti e diversamente amalgamati con il frutto, con una nota minerale che caratterizza sia l’olfatto, sia il gusto. L’annata 2009 si presenta ancora un po’ chiusa, con una durezza che si smorzerà con il tempo, ma chi avrà voglia di attenderla non resterà deluso. Il millesimo 2011 è paradossalmente più avanti dal punto di vista evolutivo, ma è anche più piccolo e, forse, sarà meno longevo. Invece 2007 e 2008, uno più strutturato, l’altro più elegante, sono perfetti da bere oggi, magari abbinandoli ad una bella tagliata. Niente male per un Colline Novaresi a dieci anni dalla vendemmia.

Fabrizio Bellone

L'autore

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