Edoardo Agnelli: vent’anni fa, la morte di un infelice (non) erede


Una celebre fotografia ritrae Giovanni e Marella Agnelli in compagnia di John Fitzgerald Kennedy e di Jacqueline a bordo del loro yacht. Quasi l’icona di un parallelismo tra le due dinastie il quale non può non comprendere anche qualche analogia circa morti premature e misteriose. Troppo facile a tale scopo accostare la scomparsa di due rispettivi fratelli poco conosciuti ai più: non certamente Robert Kennedy dunque, bensì Joe Junior da un lato e Giorgio Agnelli dall’altro. Il primo, morto per la caduta del suo aereo durante la Seconda Guerra Mondiale; il secondo morto nel 1965 in una clinica svizzera, a trentacinque anni, a seguito di una grave malattia. E il parallelismo tra due dinastie belle, ricche e sfortunate continua con i figli. Da un lato John John, unico figlio maschio di JFK, morto anch’egli per un incidente aereo, a trentotto anni, nel 1999; dall’altro Edoardo Agnelli, unico figlio maschio dell’Avvocato, morto poco più di un anno dopo John John anche qui per un volo, ma stavolta senza aerei.

Una delle poche foto largamente note che ritraggano Edoardo Agnelli accanto a suo padre venne scattata nella tribuna d’onore dello Stadio Comunale. Attorno alla metà degli anni Ottanta, vi fu un momento in cui Edoardo venne inserito nei vertici della Juventus. Nomen omen: perché mezzo secolo prima anche un altro Edoardo Agnelli, oppresso dalla soverchiante personalità di un altro Giovanni, era stato destinato ai vertici bianconeri. Quell’Edoardo morì nel 1935 a quarantatré anni, anche in questo caso al termine di un volo (un incidente durante l’ammaraggio dell’idrovolante su cui aveva viaggiato da Forte dei Marmi a Genova); vicende tristemente analoghe a quelle delle quali sarà protagonista, sessantacinque anni dopo, il suo omonimo nipote.

Nato a New York nel 1954, l’unico figlio maschio dell’Avvocato non aveva mai palesato interesse per l’industria. Pareva incline piuttosto all’arte, alla meditazione, all’esoterismo e persino all’Islam. Simpatizzava per la rivoluzione khomeinista, laddove il rovesciamento della dinastia Pahlavi non aveva propriamente fatto gli interessi di quel capitalismo occidentale di cui Edoardo era rampollo. In Iran si recò molte volte, e una volta anche in Kenya, dove a Malindi, nel 1990, venne arrestato per reati di droga. Anche in questo caso i ricorsi nonni-nipoti e zii-nipoti van forte: strano ma vero, le parole più affettuose su Edoardo da parte di un parente sono quasi sempre di Lapo Elkann… (ne leggete in altra parte del giornale). E anche a proposito della vicenda di Malindi – come sarà per Lapo nel 2005 e anche nel 2016 – si parla e si straparla di dispetti e boicottaggi ai danni di chi non rispetta il rigido clichet dinastico, e che per questo viene escluso con atto d’imperio dalla linea di successione. Da anni, come prossimo leader della Fiat è stato designato Giovanni Agnelli III, figlio di Umberto e della sua prima moglie Antonella Bechi Piaggio. Secondo il profilo biografico classico di Edoardo, non si tratterebbe che del suggello al suo essere naturalmente alieno al mondo capitalistico e industriale; ma, tra i mille biografi variamente improvvisati della dinastia, qualcuno abbozza che invece Edoardo non sia stato per nulla felice di tale esclusione. Esclusione che si ripete quando il cugino si spegne nel 1997 a soli trentatré anni per un tumore all’intestino e la nuova scelta dell’Avvocato per la futura guida della Fiat cade direttamente su John Elkann, che di anni ne ha appena ventuno.

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La mattina di mercoledì 15 novembre 2000, Edoardo Agnelli dovrebbe andare dal dentista. Esce senza scorta dalla sua residenza collinare di Villa Sole, non lontana da Villa Frescot dove vivono i suoi genitori. Da tempo è ingrassato e anche claudicante: ha soltanto trentasei anni, e per camminare si aiuta con il bastone. La sua Fiat Croma imbocca la Torino-Savona, esce e rientra in autostrada più volte e alla fine si ferma sulla corsia di emergenza del viadotto di Fossano. Qualche ora dopo, giunge la segnalazione di un cadavere che giace ai piedi di uno dei piloni del viadotto, ottanta metri più in basso. L’identificazione è piuttosto rapida; accorre sul posto un Giovanni Agnelli ormai quasi ottantenne, la cui salute declina sempre più. Non si procede ad autopsia; il caso è chiuso quasi subito. Resteranno le varie e inevitabili ipotesi di complotto «tipo Dallas» su un cadavere che dopo un volo di ottanta metri non ha perso le scarpe, e che appare stranamente integro. Al funerale commuovono le parole di sua sorella Margherita (la madre di John e di Lapo), mentre in prima fila l’Avvocato mostra più che mai i segni di una fine ormai vicina. Morirà poco più di due anni dopo, anche sull’onda del dolore per la perdita di un figlio che in vita non aveva mai mostrato – almeno in pubblico, ben s’intende – di amare e di apprezzare. Destino forse di chi nasce figlio di enormi privilegi, ma non riesce a fare i conti con il loro enorme peso.

Roberto Codebò

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