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Cedri innevati fanno ombra ad antiche guerre

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Byblos, 2 gennaio

L’atmosfera europea e laica di Beirut scema rapidamente viaggiando verso sud, in un Paese che ha in tutto meno di duecento chilometri di costa ma nel quale bastano poche decine di chilometri perché cambi l’atmosfera. A Sidone, le rovine del castello crociato troneggiano in riva al mare, di fronte al più denso sukh musulmano. Avvicinandosi al confine meridionale, aumentano popolazione sciita, campi palestinesi e posti di blocco. Durante la guerra civile questa parte del Paese era occupata da Israele, il cui ritiro non ha posto certo fine alle tensioni di confine. I campi palestinesi sono oggi divenuti vere e proprie cittadine, miracoli di edilizia spontanea stimolata da famiglie tradizionalmente prolifiche, i cui figli non godono però della cittadinanza libanese, ad ampliare la base di una coesistenza che non va certo semplificandosi. Su quella guerra e su questi luoghi Fabrizio De André scrisse “Sidun”, le cui parole in genovese echeggiano nella memoria del vostro cronista viaggiatore sovrapponendosi alle imprese dei crociati, per i quali il castello di Sidone rappresentava una delle fondamentali piazzeforti costiere durante il lungo testa a testa con i mamelucchi.

Il circo romano di Tiro sembra proprio aver poco da invidiare alla casa madre, vale a dire al Circo Massimo di Roma. Anzi, qui è anche rimasto in piedi un ristretto ma assai significativo spicchio di tribuna, dal quale il vostro cronista viaggiatore si produce in alcune emulazioni “storicamente certificate” dei cori in voga all’epoca (e non solo…). Temperamenti leggeri alla profondità dell’atmosfera del luogo, in precedenza sepolto dai secoli fino a veder passare sopra di sé i binari del prolungamento dell’Orient Express, e poi riportato alla luce con una maestosità che sorprende. L’ingresso pare rubato agli spicchi estremi dell’adiacente campo profughi palestinese, con tanto di bandiere di Hezbollah e ritratti di martiri al centro della vicina rotonda; all’ingresso, un vociare in cui si mescolano il personale del luogo e amici e parenti di vario grado, tra un tiro di sigaretta e qualcuno che, stravaccato ma non troppo, ti indica i bagni. Dopo tali modeste premesse, all’interno il sito si allarga improvvisamente fino a ricomprendere il già descritto circo e lo splendido sbocco sul mare, dove la potenza di Roma antica pare ancora sprizzare dai pori delle rocce. Tra queste ultime, le rotaie contorte del prolungamento dell’Orient Express…

“Il Paese dei cedri”. In una terra dalle mille religioni – maroniti, sunniti, sciiti, drusi, ortodossi, melchiti ed assortite minoranze – l’albero nazionale pare oggetto di una religione a sé stante. Non solo campeggia al centro della caratteristica bandiera nazionale, ma fu materia prima delle glorie navali fenicie. Salendo da Beirut con dislivelli e pendenze quasi peruviani, la Valle dei Cedri si raggiunge dopo qualche decina di chilometri. Superati i 1500 metri, la neve ammanta le cime del Monte Libano (da intendersi non come singola vetta, ma come catena). Qualche rudimentale ma funzionante impianto di risalita regala gioie alpine ai libanesi, le cui auto, su fondo sdrucciolevole, danno vita a un traffico ancor più caotico del solito mentre fanno la barba alle caratteristiche bancarelle arabe. Arabe ma non per questo necessariamente musulmane, tanto per ripetere quel mantra – non tutti i musulmani sono arabi, non tutti gli arabi sono musulmani – che nei nostri reportage da questa parte del mondo siamo costretti a ripetere in continuazione, onde prevenire fin troppo frequenti equivoci. Mantra che del resto non può non risuonare da sé, in una con le campane del monastero di Sant’Antonio Abate di Koshaya, su uno splendido poggio poco a valle della stazione sciistica, dove sta per andare in scena la messa maronita, celebrata su un altare fronte assemblea decorato con scritte in arabo, che naturalmente è anche idioma della liturgia cattolica.

Scriviamo dal nostro bus, ai margini della periferia settentrionale di Beirut. Il traffico sembra impazzito, più ancora che per la solita ora di punta e per l’assenza di mezzi pubblici nonché di strisce pedonali. Proprio mentre scriviamo queste parole il nostro occhio cade su una ragazza ferma in mezzo alle tre corsie di una carreggiata autostradale, che tenta di attraversare laddove sembra un suicidio. In un Paese che a sua spese tanto ha dovuto fare esercizio di pace e coesistenza, veicoli e pedoni sembrano tuttora in guerra permanente.

Roberto Codebò
(2-fine)

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