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Aldo Moro. Quarant’anni dopo, l’eterna e misteriosa immagine di una Renault 4 rossa

Posted On 09 Mag 2018

Via Michelangelo Caetani è una traversa di via delle Botteghe Oscure, in cui sorgeva la sede storica del Partito Comunista. Poco più in là Piazza del Gesù, in cui sorgeva la sede storica della Democrazia Cristiana. Frequente deviazione dalle mie care passeggiate romane nel quadro della tappa Largo Argentina – Piazza del Campidoglio, è dedicata a un singolo esponente di una delle più influenti famiglie romane (papa Bonifacio VIII, grande avversario di Dante Alighieri, era al secolo Benedetto Caetani). La mattina del 9 maggio 1978, era un indescrivibile brulicare di politici, giornalisti e curiosi, tutti attorno a una Renault 4 rossa targata Roma 5N. Era l’epilogo dei cinquantacinque giorni che sconvolsero l’Italia, del cui inizio abbiamo parlato commemorando il quarantennale della strage di Via Fani; una giornata iniziata con la telefonata di un brigatista al prof. Franco Tritto, stretto collaboratore di Aldo Moro, nella quale si indicavano le coordinate per il ritrovamento del cadavere “in esecuzione delle ultime volontà” dello statista.

“Il volto di Aldo Moro era emaciato e sofferente, e la barba di qualche giorno ne accentuava il pallore”, recitano le cronache dell’epoca. La morte risaliva certamente ad alcune ore prima, ma ancora oggi non sappiamo in quale luogo l’omicidio fosse stato consumato. La versione tradizionale dei fatti parla di via Montalcini, quartiere Portuense, in un’elegante palazzina anni Sessanta in cui i brigatisti avevano acquistato un alloggio (intestato a Anna Laura Braghetti, che era ancora incensurata) e vi avevano innalzato una parete di carton gesso dietro cui stava quella che passò alla storia come “La prigione di Moro”, poco più di un cunicolo con una branda, un wc chimico e un tavolino. Correlativamente, l’uccisione sarebbe avvenuta all’alba di quello stesso 9 maggio in un box del palazzo, dopo che Moro – alto com’era – era stato fatto incastrare a fatica nel bagagliaio della Renault 4 e gli era stata buttata addosso una coperta, anche per nascondergli la vista delle armi che stavano per ucciderlo (una mitraglietta Skorpion e, dopo il suo inceppamento, una Walther PPK).

Ma questa ricostruzione tradizionale dei fatti è stata messa più volte in discussione, così come del resto tutto ciò che riguarda il sequestro Moro. Nel suo libro “La prigione fantasma”, Sergio Flamigni distrugge la tesi di via Montalcini, dalla quale i brigatisti stessi avevano cercato di sviare l’attenzione infilando nelle scarpe di Moro un po’ di sabbia prelevata dalle spiagge del litorale romano. Questioni un po’ come la moto di via Fani, sulle quali – secondo la più classica legge dei misteri italiani – mai vi sarà una ed una sola verità. Di certo, invece, i cinquantacinque giorni che sconvolsero l’Italia si erano conclusi nel modo che ufficialmente nessuno auspicava nel mondo politico, e che invece pareva così consono alla “barbara ferocia” brigatista decantata sui media di quei giorni. Le cose, manco a dirlo, stavano del tutto diversamente.

Dal punto di vista politico, la morte di Aldo Moro fu un trionfo della cosiddetta “linea della fermezza”: con i brigatisti, puramente e semplicemente, non si scende a patti. Linea elegante e logica, che faceva comodo a molti: soprattutto alla Democrazia Cristiana, dove qualcuno poteva approfittarne per levarsi di mezzo uno scomodo rivale (in politica, come in guerra, c’è poco spazio per i sentimentalismi); e al Partito Comunista, che, proprio nel momento in cui dava il proprio appoggio esterno a un governo Andreotti, doveva stare molto attento a compattare la base comunista attorno alla propria ortodossia, evitando confusioni e fughe di consenso verso l’extraparlamentarismo terrorista. 

Tutto al contrario, in maniera solo apparentemente paradossale, sul versante delle Brigate Rosse. Le quali, con il loro “attacco al cuore dello Stato” speravano di calamitare su di sé proprio il consenso delle masse di sinistra (e magari non soltanto), facendo montare una marea che potesse preludere alla tanto sospirata rivoluzione proletaria. Nulla, dico nulla di tutto ciò accadde, come fu chiaro sin dall’enorme partecipazione popolare alle manifestazioni indette dai sindacati subito dopo il sequestro di Moro e l’uccisione della scorta.

Così, le Brigate Rosse si trovarono, come si suol dire, col «morto in casa». Il quale per il momento era tale solo metaforicamente, e del quale non si sapeva punto cosa fare. Alla sua uccisione si opponevano molti degli stessi brigatisti; per contro, la sua liberazione avrebbe restituito al mondo politico un personaggio che, nel frattempo, aveva imparato molto delle Brigate Rosse. Già, perché le BR, forti della loro notevole preparazione teorico-culturale usata male, avevano impostato il sequestro su interrogatori fiume condotti da Mario Moretti a comporre un autentico “processo politico”, senza però fare i conti – racconteranno poi loro stessi – con le superiori risorse intellettuali e politiche dello statista. Il quale, dopo quelle belle chiacchierate così ricche di contenuti su brigatisti & c., se restituito al mondo libero sarebbe divenuto una pericolosissima mina vagante…

Nel frattempo, la linea della fermezza veniva scheggiata da iniziative oscillanti tra il minoritario e il simbolico. Sul primo fronte Bettino Craxi, che su una sua alternativa alla linea della fermezza costruì l’imminente ascesa del PSI e molte delle sue fortune personali come leader del partito; sul secondo fronte papa Paolo VI, tra l’altro amico personale di Moro sin dai tempi dell’università, che concluse il proprio accorato appello con la celebre frase “Liberate Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”. Non a caso, Moro concluderà la propria toccante ultima lettera alla famiglia con il post scriptum “Il papa ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo”, perché in quelle parole di Paolo VI non vi era altro che l’avvallo supremo della linea della fermezza. Sulla quale, con simile benedizione, il Governo e lo Stato poterono insistere anche quando le BR ridussero a livelli quasi ridicoli le contropartite richieste per la liberazione dell’ostaggio.

Così, alla fine, per Mario Moretti e compagni l’uccisione di Moro fu come gettare nella spazzatura un costoso elettrodomestico con il quale si fosse sperato di risolvere i problemi del proprio quotidiano ménage e non solo, il quale alla fine si fosse rivelato ingombrante e non adatto allo scopo. Praticamente subito dopo quel 9 maggio, con l’allontanamento di Valerio Morucci e Adriana Faranda che erano stati i più vivi oppositori dell’omicidio, iniziò l’irreversibile disgregazione delle BR, il cui ritmo fu battuto dal progressivo arresto dei protagonisti di quei cinquantacinque giorni. Dove davvero Aldo Moro sia stato in quei due mesi scarsi, forse non lo sapremo mai né forse è così importante. Del resto, le regole dei misteri italiani non si lasciano mai contraddire.

Roberto Codebò

 

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