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Arrivederci Bruno, icona di un sogno avverato


” Per realizzare i propri sogni / dicono non sia mai troppo tardi / però bisogna fare più in fretta / quando hai incontrato Bruno Bernardi”. Così chiudeva la poesia che gli dedicai durante una delle tante puntate di “Area Goal” alla quale tante volte abbiamo partecipato insieme, guadagnandomi l’onore di commuoverlo. Qualche volta gli strappavo perfino un “Mi fai paura”, quando integravo con qualche dato statistico il suo ennesimo aneddoto: parte integrante, per l’appunto, del mio sogno avverato di cui sopra, vale a dire di quel giornalismo sportivo del quale Bruno è stato per decenni sacerdote osannato e pacato.

Come tutti i grandi saggi, aveva un’affabilità affascinante e pacata, che impreziosiva le sue mille memorie di un mestiere da lui imparato e servito quando il giornalista andava dalla notizia, e non viceversa; quando le interviste non erano streaming, ma sudore; e quando il suddetto viaggio del giornalista verso la notizia poteva essere lungo e periglioso quasi quanto quello della notizia verso la redazione.

Quando entrò alla Stampa, nel 1963, suoi fari erano Francesco Rosso e Giovanni Arpino. “I primi anni ci davano tanti di quei soldi che non sapevamo neanche dove metterli”: altra pennellata – in questo caso assai impietosa – sulle differenze tra passato e presente della professione. In tribuna stampa, la postazione era dotata di telefono: si piazzava sul banco la propria macchina da scrivere portatile – cosiddetta perché pesava cinque chili anziché quindici -, con la quale durante la partita si preparava il pezzo, che poi si cominciava a dettare col suddetto telefono senza aspettare la fine della partita, ché altrimenti non si sarebbe fatto in tempo. Dopo il fischio finale, si dettava per ultimo… l’inizio del pezzo. Nei racconti di Bruno, simile rito rivelava tutte le sue tragiche disfunzioni: come quando, dalla Bulgaria in piena guerra fredda, le poche linee disponibili erano condivise a rotazione tra i vari colleghi; o come quando egli stesso dettò un pezzo piuttosto lungo da una cabina telefonica a gettoni, pagando con essi la tariffa USA – Italia…

“Scusi, Lei è un giuocatore o un giornalista?”, gli domandò un giorno Nicolò Carosio. Nel racconto di Bruno, naturalmente l’accento era sulla “u” di “giuocatore”, ma per me che lo ascoltavo cadeva su ogni sillaba, nobile personificazione di una firma che negli anni Settanta spesso veniva al termine di un articolo di intervista-commento impaginato a bastoni – i caratteri tipografici senza alcun ornamento, tipo gli arial di oggi -, a delineare lo stacco grafico rispetto alle cronache di Perucca, l’altro Bruno delle pagine sportive della “Stampa”. Indimenticabile il pagellone dei giocatori di Juve e Toro alla vigilia dell’ultima giornata del campionato 1976/77 (Juventus 51, Torino 50), ornato delle caricature di Franco Bruna. Juventino dichiarato, Bruno Bernardi conosceva egualmente bene i giocatori – ormai senza “u” di entrambi gli schieramenti, lui che raccontava di aver consigliato a Orfeo Pianelli di aquistare dal Bologna, due anni prima, non solo Eraldo Pecci ma anche Vittorio Caporale.

In quegli anni, lo abbiamo già accennato, le trasferte non erano certo agevolate da booking.com e voli in ogni momento per ogni dove. Per la finale di Coppa dei Campioni Juventus-Ajax del 1973, mega hotel in stile sovietico eletto quartier generale della stampa; per arrivare a Bilbao in occasione della finale di Coppa Uefa di quattro anni dopo, dovette passar per mezza Europa. E spesso più pittoreschi delle andate erano i ritorni, specialmente da Oltrecortina. Una volta mi raccontò di aver corrotto un VoPo donandogli una spilla della Juve per poter rientrare da Berlino Est attraversando la versione sotterranea del Muro, vale a dire il valico di confine della metropolitana. Un’altra volta, durante il ritiro azzurro di Pontevedra durante la prima fase dei Mondiali del 1982, trattenne a viva forza Marco Tardelli impedendogli di andare a dir la sua a Gianni Brera, il che – nelle parole di Bernardi – avrebbe significato la sua morte calcistica, insomma tutto il contrario rispetto a cacciare, circa tre settimane dopo, quell’urlo che sentiamo ancora oggi. I suoi simpatici alterchi con Maradona e Platini bisognava sentirli raccontare da lui, ma i nostri incontri si fecero sempre più radi fin quando l’incedere della sua malattia scavò un incolmabile vuoto in tribuna e in sala stampa.

Per rivedere la sua Juve da una nuova e più alta prospettiva, Bruno Bernardi dovrà ora attendere qualche mese. Per il prossimo Europeo, gli toccherà aspettare un altro anno. Nel frattempo, di certo starà già scherzando di nuovo con Gaetano Scirea, e avrà già qualche buon consiglio per Enzo Bearzot.

Roberto Codebò

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