Arrivederci Diego: il dio del calcio oggi è tornato in cielo


Avevamo indegnamente ricordato le sue magie giusto venticinque giorni fa, nel giorno di un sessantesimo compleanno che nessuno poteva ancora immaginare essere l’ultimo. Più che mai così ora ci troviamo disarmati a dover scrivere che non c’è più, senza ripetere il racconto che di lui avevamo steso così di recente.

Ma forse proprio tale disgraziata coincidenza ci guida per spiegare le ragioni per le quali Diego Armando Maradona, a soli sessant’anni, se n’è andato da questa Terra. Colui del quale parlavamo venticinque giorni fa era il calciatore, colui il quale aveva incantato le folle – anche avversarie – con la magia e con la furbizia, vedasi l’immortale gol di mano contro l’Inghilterra. Ma quell’espressione così perfetta in campo diveniva imperfetta fuori dal campo stesso, come se la divinità che si davvero si esprimeva attraverso di lui avesse scelto di farlo soltanto in quell’ambito così ristretto, che in quei momenti diveniva immenso ed eterno. Fuori dal campo rimaneva l’uomo, che, per uno spietato contrappeso di natura e di vita, portava il peso di tutti i difetti che il calciatore non aveva.

Fin quando Diego giocò a calcio, la natura divina poté reggere le sorti di quella umana. Ma quest’ultima diveniva sempre più debole, stremata dalla cocaina, da amicizie improbabili, da festini e da troppi figli da riconoscere. Alla fine tutto ciò ebbe la meglio sul Dio del pallone, e inizio il calvario terreno di chi forse avrebbe voluto tornare in cielo il giorno della sua ultima partita di calcio.

Era il 17 marzo 1991, quando Diego giocò la sua ultima partita nel Napoli. Subito dopo il suo termine, sorteggianto all’antidoping, fu trovato positivo alla cocaina. Fu quello l’esatto momento in cui – come abbiamo già detto – la debolezza dell’uomo sopravanzò la perfezione del dio. Non fu quella la sua ultima partita di calcio, ma in quel momento esatto Diego Armando Maradona ha iniziato a morire.

Ci aveva già provato diverse volte. La più conosciuta nel 2004, poco dopo la morte di Marco Pantani che Diego aveva così ben commentato in nome del minimo comun denominatore della cocaina. Ma non si contano i malori, i ricoveri, le terapie di un Maradona che, dopo aver smesso di giocare, aveva ciclicamente raggiunto incredibili livelli di obesità, si era fatto curare a Cuba, era tornato a giocare per salvare il suo Paese dall’eliminazione dalle qualificazioni ai Mondiali, era stato nuovamente trovato positivo al controllo antidoping. Tutte fasi – delle quali perdonerete l’ordine rigorosamente sparso, figlio dell’emozione di chi scrive – tutte fasi, dicevamo, dell’allontanamento da un mondo che non gli apparteneva. Fuori dal terreno di gioco, Diego non era di questo mondo.

Il 5 luglio 1984, Diego era sbarcato in un San Paolo osannante. Quel gigantesco osanna si ripete oggi tra i verdi campi del cielo. Forse altri saranno i cori, cori che a nessuno di noi in questa Terra è concesso di ascoltare. Ma forse anche lassù qualcuno starà cantando “O mamma mamma mamma / o mamma mamma mamma / sai perché mi batte el corazon / ho visto Maradona, ho visto Maradona / Ehi, mammà! Innamorato son”. Anche noi – fra le lacrime – lo canticchiamo sottovoce mentre scriviamo, come facevamo da adolescenti negli anni in cui lo vedevamo allo stadio. Lo scorso 13 novembre, quattordici giorni dopo il suo compleanno, è stato San Diego. Da oggi, forse quella ricorrenza si festeggerà anche il giorno 25.

Roberto Codebò

Leave a Reply