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Bangkok: là dove c’era l’erba ora c’è una città

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Bangkok, 8 novembre

Si può ben dire che, sull’asse nord-sud, Bangkok divida la Thailandia in due parti uguali, non diversamente da quello che fa Roma nella nostra penisola. E, non diversamente da quest’ultima, anche la Thailandia è più larga a nord che a sud. Proprio quel nord più largo ci tocca di ridiscendere da quel punto eutettico del quale abbiamo parlato nella puntata precedente. Circa novecento chilometri giù per la strada statale numero 1, che sempre più prova a divenire una superstrada. Dopo la notte in un resort in stile stancamente coloniale a Lampang, la strada scende sempre più verso le pianure centrali, sempre più carica di un traffico che al nord è poco conosciuto. Il Sukhotai National Park è sito Unesco, ricchissimo di templi indù in stile khmer, molto simili – ai nostri occhi – a templi indù. Lo percorriamo estesamente in bicicletta, affittataci in una bancarella che cerca di essere più all’altezza del turismo internazionale, ma non può perdere il suo timbro a suon di scrivania di legno tarlato su cui si appoggia una vecchia cassetta portacontanti, in mezzo a fogli e magari compiti dell’immancabile bambina che gioca lì intorno. Poco più in là, un tizio in ciabatte sventola pigramente una bandiera rossa: vorrebbe indicare a noi improvvisati ciclisti il momento di attraversare la strada, ma i suoi gesti sempre accennati potrebbero essere interpretati in qualsiasi modo. Peccato, perché qualche indicazione precisa sarebbe preziosa alla precarietà dei nostri velocipedi, i cui freni – almeno quello posteriore – devono aver funzionato l’ultima volta qualche decennio fa.

“Là dove c’era l’erba ora c’è una città / e quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà”. L’indimenticabile rima de “Il ragazzo della via Gluck” è ormai vecchia di più di mezzo secolo, ma avrebbe trovato nuova giovinezza da queste parti. Trent’anni fa, a Bangkok i grattacieli erano qualcosa che veniva da Marte; oggi, potrebbero essere esportati. Per chi proviene dalla vecchia e stanca Europa, è l’immagine di uno sviluppo di vertiginoso che – pur se non più recentissimo neppure qui – richiama alla mente epopee economiche da noi ormai decisamente vetuste. Va però subito notato che l’ipotetico ragazzo della via Gluck in versione thai avrebbe faticato assai meno di Adriano Celentano a ritrovare la sua vecchia casa: la quale avrebbe avuto buone possibilità di sopravvivere in mezzo a cemento stile Shanghai, in un’urbanistica che non sembra conoscere piano regolatore. Baraccopoli o quasi per un verso ed elegante edilizia residenziale dall’altro non si lasciano separare. E’ la prima sensazione che proviamo entrando in Bangkok, e viene immancabilmente confermata nel centro, al pari di quanto avviene in qualsiasi metropoli di queste parti. Il mercato coperto di Si Lom si estende attorno a un crocevia in cui si sovrappongono metropolitana sotterranea e linea sopraelevata, riedizione asiatica della stazione Barbès-Rochechouart di Parigi. Sotto la stazione sopraelevata, ai due lati della strada troneggiano le location delle varie catene globali, da Starbucks a Burger King a Pizza Hut. Ma chi non volesse mangiare in maniera così spersonalizzata non ha che da fermarsi fuori dalla porta. Al suono della litania di una mendicante in ginocchio, gli inconfondibili sapori d’Oriente sprizzano da bancarelle e carretti variamente appollaiati sulle scalinate di negozi quasi di lusso, mentre i tuk-tuk – caratteristici tricicli a motore locali anche a uso taxi – attendono i clienti infilati tra pilastri e marciapiede. In uno di essi notiamo la batteria piazzata alla meglio sulla predella, con tanto di cavi a vista. Il meno che ci si possa aspettare, in una landa in cui le linee elettriche intasano i pali a suon di nodi e gomitoli improbabili.

Il fiume Chao Phraya bagna Bangkok delimitandone a ovest il centro storico. Salendo in barca dalla sponda opposta, ci troviamo poco dopo infilati nei canali sulle cui rive vivono ancora non pochi abitanti. Era un’antica Venezia d’Oriente, non nel senso celebrativo in cui il serenissimo epiteto viene applicato a città come Amsterdam e San Pietroburgo, bensì nel senso basico che alla corte di San Marco si può apprezzare in certe zone del sestiere di Cannaregio. Non insomma un solenne disegno urbanistico, ma un popolare e casuale dedalo di vie d’acqua, su cui qui si affacciano case che spesso tendono alla baracca. La vivace ittiofauna del luogo divora i pezzi di pane che ci invitano a gettarle, mentre un gruppo di ragazzini ci sorride e ci saluta subito prima di tuffarsi in acqua, infischiandosene dell’ittiofauna di cui sopra. Il nuovo sbocco sul fiume dai canali apre il campo alla più caratteristica e moderna skyline della città: dove la metropoli incontra i tropici e tra le luci diventiamo quasi microscopici. Sono ormai le note di Baby K a cantare il ruggito di Bangkok; ma quel ragazzo della via Gluck potrebbe veramente ancora dire la sua.

Roberto Codebò
(3- fine)

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