Brexit: querelle irlandesi tra Titanic e calcio

Posted On 15 Set 2018
Belfast, settembre
Il treno partito dalla stazione Connolly di Dublino impiega più di due ore per raggiungere Belfast. Troppe, per l’ambizioso nome “Enterprise” scelto per il treno stesso; tant’è, sulle isole le ferrovie non riescono proprio a respirare (tranne ovviamente che su quella adiacente, che li ha inventati). Di certo, a rendere i tempi così lunghi non contribuiscono gli inesistenti controlli di confine. Un tempo, alla frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, posti di controllo letteralmente impacchettati di filo spinato; oggi non c’è più nulla, ma tutti si domandano se – e in che modo – la storia potrebbe ripetersi. Certo non col filo spinato, ma… non vi è dubbio che il confine interirlandese sia dei punti più intricati della Brexit.
“Titanic” (pronuncia “Taitanic“). Uno dei più grandi disastri navali della storia, qui, è sinonimo della rinascita di una città. Dopo decenni di coprifuoco, bombe, sparatorie e attentati, a Belfast oggi si può nuovamente parlare di turismo e di tutta un’altra serie di cose. Vent’anni dopo il Good Friday Agreement, quella gigantesca e sanguinosa ferita nella storia della città pare ormai rimarginato, e il gigantesco (e orrendo) edificio del Museo del Titanic ne è la più monumentale testimonianza. Qui venne impostata e varata la nave forse più famosa della storia, e qui la sua storia viene ricostruita con gran dispendio e in maniera indubbiamente un po’ commerciale, misurabile sulle dimensioni del negozio di souvenir: praticamente impossibile trovare una calamita da frigorifero a tema Belfast, ma quelle a tema Titanic vanno come il pane.
“Glentoran FC – pride of East Belfast”. Mai come qui, il calcio non è solo sport ma anche e soprattutto società e politica. Lo stadio del Glentoran è un ovale – da cui il nome, a sottolineare una foggia qui rarissima; sui due rettilinei, la classica tribuna con copertura in lamiera a due falde che, da fuori, potrebbe sembrare il retro di una fabbrica. Il tutto in mezzo al tipico quartiere di villette a schiera tra le quali pendono lunghi festoni di bandierine del Regno Unito, intercalate da vessilli dedicati alle varie associazioni di Ulstermen. Classicissima roccaforte protestante, a ricordare che ciò che la diplomazia ha finalmente sedato cova ancora sotto pelle: di certo, tra essere protestante e essere cattolico, in Irlanda del Nord, passa e passerà sempre una bella differenza.
Lo stacco architettonico e urbanistico pare alimentato ad arte. Belfast è dominata dal mattone rosso: non un’arpa, non una scritta in gaelico, né una in caratteri onciali (quelli delle insegne degli irish pub, per intenderci), non una pennellata di quel verde che dall’altra parte della frontiera è sinonimo stesso dell’isola. Differenze che inevitabilmente si attenuano verso la provincia: a Londonderry – che ovviamente i cattolici chiamano solo Derry – la locale squadra di calcio milita nel campionato dell’Eire, sin dal 1985: letteralmente buttata fuori dalla Irish Football League in quanto per l’appunto squadra dei cattolici. Il confine con la Repubblica d’Irlanda corre alla periferia ovest della città: non un controllo, non un cartello, non una bandiera. Lo attraversiamo letteralmente senza accorgercene, sperando che Brexit e religioni non riportino la storia indietro.
Roberto Codebò
L'autore

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