Buon compleanno Euro: vent’anni fa, addio al «vecchio conio»


In molti erano preoccupati, il 31 dicembre di vent’anni fa, che la nuova carta moneta si rivelasse introvabile. Assalto ai bancomat negli ultimi giorni del 2001, da parte di una popolazione che in quei mesi viaggiava poco, ancora impaurita dagli attacchi alle Torri Gemelle del settembre precedente, e che forse poteva trovare un po’ meno utile del solito il fatto di disporre di una valuta valevole in molti Paesi. Una valuta che tutti erano ormai abituati ad ammirare in effigie nei poster fuori dai negozi, con quella curiosa grafica che distingueva i tagli cartacei solo per dimensione e colore, senza più quella banda idealmente capeggiata da Giuseppe Verdi (testimonial delle vecchie mille lire) ad aiutare a riconoscere un taglio dall’altro.

In marcia per l’ultima festa di Capodanno dell’era della lira, in molti avevano in tasca – oltre, come detto, a troppe lire in banconota – il curioso kit offerto dalle banche nelle settimane precedenti: un simpatico aggeggio di plastica contenente un campione di tutti i tagli della nuova moneta metallica, coi quali dunque la gente si era potuta impratichire un pochino in anticipo. Esercizio però solo teorico, ché i negozi, fino a mezzanotte del 31 dicembre, non accettavano Euro in contanti. Erano invece costretti già da qualche tempo ad accettare gli assegni nella nuova valuta, ma i pochissimi che si avvalevano di tale facoltà venivano invariabilmente bollati come piantagrane. Tra di essi il sottoscritto, che sin dall’estate del 2001 si guadagnò la sinistra etichetta di “quel signore che paga in Euro…”.

Non siamo purtroppo in grado di raccontarvi entità e modalità del blitz che si svolse nelle banche a cavallo di quell’ultima notte del 2001. Sta di fatto che, subito dopo i botti di Capodanno, la nuova carta moneta piovve a dirotto dai Bancomat. In tal modo il problema non consistette nel metter le mani sulle nuove banconote, bensì nel disfarsi di quelle vecchie. A tale scopo il legislatore italiano – contrariarmente ad esempio a quello tedesco – concesse un generoso termine di due mesi: fino al 28 febbraio, si poteva pagare nei negozi sia in lire, sia in Euro.

Nel frattempo, il vero rebus generale consisteva ovviamente nell’abituarsi a maneggiare la nuova valuta. Su questo fronte, per gli italiani, l’indubbio vantaggio del cambio pressoché «tondo» (1936,27 lire, ottimamente approssimabili a 2000): vantaggio che peraltro si rivoltò subito contro tutti sotto forma del traumatico «adeguamento» dei prezzi al consumo. Quel che prima costava diecimila lire passò senz’altro a dieci Euro, quel che costava centomila lire passò a cento Euro, e così via. Simile fenomeno, ça va sans dire, non interessava di certo stipendi e pensioni…

Nel quadro d’un potere d’acquisto troppo spesso dimezzato, le simpatiche scene delle vecchiette che si cambiavano gli occhiali per riconoscere le monete, atterrite dal fatto che una sola di esse potesse valere… quattromila lire! Già, perché il vecchio conio – salve rare emissioni degli ultimi tempi – nella sua versione metallica culminava nella moneta da cinquecento lire. Su questo fronte furono facilitati francesi e tedeschi, già avvezzi a monete da dieci franchi e da due marchi. Nel nostro Paese invece quelle monete da uno e due Euro facevano un po’ paura, tanto che qualcuno si spinse a proporne invano la sostituzione con banconote di analogo valore per consentire alla gente di percepire meglio l’entità della spesa.

Obiezioni e polemiche che, del resto, non risparmiarono neppure la carta moneta. Se faceva impressione la moneta pari a quattromila lire, figuratevi l’idea di avere in mano un milione in una sola banconota…. Così, le banconote da cinquecento Euro circolarono sin da subito poco e male, circondate da paura e sospetto in un’unione Europea che nel frattempo introduceva limiti di importo per il pagamento in contanti, fin quando nel 2016 la circolazione del bigliettone viola venne sospesa per essere poi definitivamente interrotta nel 2019.

Parallelamente, obiezioni e polemiche non riguardavano certo soltanto l’utilizzo pratico della nuova valuta, bensì anche l’impatto della moneta comune sulle economie nazionali. In un mondo che marciava verso la crisi che tutti purtroppo ben conosciamo, l’Euro divenne di fatto strumento nelle mani della politica monetaria tedesca a spese della parte più debole dell’Eurozona. Ivi troviamo naturalmente l’Italia, per la quale la perdita della possibilità di svalutare la propria personale moneta privò un’economia boccheggiante del suo strumento più tipico (anche se tecnicamente discutibile), accentuando il vago senso di «quarto Reich» di cui andava tingendosi tutto il sistema.

Per intanto, la tecnologia faceva passi di gigante. Nel 2001, si pensava che le difficoltà di abituarsi all’Euro avrebbe favorito metodi di pagamento alternativi. In realtà in quei primi anni ciò non avvenne, forse anche perché le persone non volevano fare la figura delle imbranate. Fu necessario attendere l’era di Satispay e della pandemia, perché il pagamento in contanti cominciasse davvero ad essere visto come scomodo e rischioso. Meglio due o tre rapidi passaggi sul touchscreen, magari da parte di fior di maggiorenni che – tempus fugit – della vecchia lira hanno soltanto sentito parlare…

Roberto Codebò

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