Buon compleanno JFK, cento di questi anni

Posted On 29 Mag 2017

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“So ask not what your country can do for you, but what you can do for your country” (1). Compirebbe cent’anni oggi uno deipochi personaggi del secolo XX che potessero permettersi di dire banalità, con la certezza che venissero scambiate per verità rivelate. John Fitzgerald Kennedy nacque a Brookline, Masachusetts, presso Boston, il 29 maggio 1917, secondo di quattro fratelli inframmezzati da cinque sorelle. Il padre Joseph sarebbe presto stato nominato ambasciatore alla corte di Sua Maestà, e JFK trascorse buona parte della sua infanzia in un’Inghilterra che proprio in quegli anni concedeva l’indipendenza all’Irlanda, terra dei suoi avi (originari per la precisione della contea di Wexford).

Malato di politica, Joseph Kennedy aveva deciso che un suo figlio dovesse divenire presidente degli Stati Uniti. Predestinato era il più grande, Joe Junior, che però perì in un incidente aereo durante la seconda guerra mondiale. Anche JFK rischiò, quando, il 2 agosto 1943, la motosilurante PT109 da lui comandata venne affondata dai giapponesi nelle Isole Salomone. Invece di morire, Kennedy pensò bene di trarre in salvo a nuoto numerosi membri dell’equipaggio: venne decorato, con il perenne sospetto che l’episodio fosse stato filtrato dal peso politico della famiglia…

Tornato in patria, e divenuto deputato poi senatore, il 12 settembre 1953 sposò una fanciulla chiamata Jacqueline Bouvier, per gli amici Jackie. Divennero una delle coppie più belle del mondo, anche se la scintillante immagine mediatica venne fortemente minata all’interno dalle difficoltà di Jacqueline a divenire mamma, nonché soprattutto dalle innumerevoli relazioni extraconiugali di lui. La più famosa delle quali resta indubbiamente quella con una certa Marilyn Monroe, passione condivisa con il fratellino Robert: il quale poi proseguirà la tradizione di famiglia quando, morto ormai JKF, tradirà sistematicamente la propria moglie Ethel proprio con la vedova e cognata Jackie…

“We’ve chosen to go to moon in this decade and do the other things not because they’re easy, but because it’s hard” (2). Nonostante la condotta come visto non sempre irrepresibile, con la sua bellezza e la sua giovinezza Kennedy sapeva incarnare come pochi il sogno americano. Sogno di andare sulla Luna, sogno di diventare presidente. Che si avverò nel 1960 con una vittoria risicatissima su Richard il Nixon, dando il via a un mandato che sarà come noto troppo breve, ma non per questo meno intenso.

Si era al colmo della Guerra Fredda; i sovietici avevano allungato le loro mani su Cuba, che nel 1958, con la salita al potere di Fidel Castro, aveva smesso di fungere da bordello (e da clinica degli aborti) degli USA; il fallito sbarco alla Baia dei Porci gettò ombre lunghe sull’Amministrazione Kennedy, che l’anno successivo seppe però salvare il mondo – così almeno recitano le cronache – dalla terza guerra mondiale. Toccò per la precisione al US Attorney General Robert Francis Kennedy sostenere un memorabile colloquio con l’ambasciatore sovietico Dobrynin, mentre Adlai Stevenson metteva a tacere il suo omologo Zorin alle Nazioni Unite. Così i sovietici ritirarono i loro missili da Cuba, e la terz guerra mondiale non ci fu; ma forse anche in questo caso gli agiografi vicini al clan dei Kennedy hanno lavorato sodo…

Verso l’ora di pranzo del 22 novembre 1963, JFK e signora atterarono a Dallas dopo un brevissimo volo proveniente da Fort Worth. Il corteo presidenziale uscì da Main Street e svoltò a destra, poi a sinistra. Quando l’auto scoperta su cui viaggiava il presidente giunse a un punto oggi marcato da una piccola croce bianca, la testa di JFK scoppiò come un melone mentre si udivano vari colpi d’arma da fuoco. Immagini che nessuno può dire di non avere mai visto; sulla verità che sta dietro di esse si è già scritto di tutto. Quando si prende posto dietro la siepe situata sull’antistante terrapieno erboso, la storia ti passa davanti con le sue infinite domande senza risposta…

John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, venne dichiarato morto poco dopo. “Il giorno in cui morì il sogno”, disse qualcuno. Di sicuro, il giorno in cui morì qualcuno che sapeva proclamare banalità trasformandole in verità rivelate: secondo qualcuno, il destino dei grandi. “For in the final analysis, our most basic common link is that we all inhabit this small planet. We all breathe the same air. We all cherish our children’s futures. And we are all mortal”.

Roberto Codebò
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(1): Non chiedetevi dunque che cosa può fare il vostro Paese per voi, ma che cosa potete fare voi per il vostro Paese.
(2): Abbiamo scelto di andare sulla Luna in questo decennio e fare tutto il resto non perché sia facile, ma perché è difficile.
(3): Perché, in fin dei conti, il fattore principale che ci lega è il fatto che abitiamo tutti questo piccolo pianeta, respiriamo tutti la stessa aria, abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti mortali.

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