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Cape Canaveral: un piccolo passo per il vostro cronista-viaggiatore

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John Fitzgerald Kennedy Space Center, Florida, 15 febbraio

Chi di voi conosce il vostro cronista viaggiatore un po’ più da vicino, avrà forse notato i suoi adesivi NASA sistemati in posti forse non molto visibili ma senz’altro strategici. Basti questo piccolo particolare per far notare che questa puntata di Globetrotter oscilla tra il passionale e il decisamente commosso…

Dopo il tradizionale prologo newyorchese, il nostro itinerario riprende da Savannah, dove era terminato il tour dello scorso anno. Una continuità geografica di tappe oggi dimenticata dai grandi giri ciclistici, ma tuttora cara a chi più di dieci anni fa programmò un giro degli Stati Uniti per l’appunto a tappe, che si appoggiasse ai viaggi precedenti tessendo una tela sistematica e anche piuttosto fitta. Un giro che con questo tour – perdonate il bisticcio di parole – giunge alla sua ultima tappa, salvo poi ovviamente infittire la suddetta tela con ulteriori linee a schema molto più libero… Da Savannah, la Interstate 95 scende rapidamente verso il confine con la Florida, e a Jacksonville si tocca con la Interstate 10, che porta fino a Santa Monica, California. Uno di quei punti insomma dove la dimensione on the road di questo Paese si percepisce più che mai, quando ci si appropinqua alla giunzione tra l’arteria che serve l’intera East Coast e quella che rende invece possibile il Coast to Coast più meridionale, attraverso Louisiana e (tanto) Texas prima di puntare verso il Pacifico. Nel nostro caso è però d’uopo proseguire verso sud, visto che il tema portante di questo tour è per l’appunto la Florida.

“John Fitzgerald Kennedy Space Center, Cape Canaveral”, avevamo pensato di intestare la presente puntata. Mentre scriviamo, sappiamo che non sarebbe stato esatto; ma di ciò non siamo ancora consci, nel momento in cui scattiamo il selfie di rito di fronte al gigantesco logo NASA che troneggia di fronte al Kennedy Space Center Visitor Complex e lo mandiamo a qualche amica intestandolo, per l’appunto, Cape Canaveral. Più tardi ci spiegheranno che Cape Canaveral è l’adiacente base dell’Aeronautica Militare, che peraltro, per non esser da meno, dispone di una propria rampa di lancio per vettori spaziali. Il Visitor Complex pare fatto apposta per spaventare il visitatore che vi si accosti per coltivare la sua passione dei voli spaziali: orde di ragazzini lo percorrono entusiasticamente in lungo e in largo, creando un effetto sonoro simile a quello di un parco acquatico, visto anche che la temperatura – a metà febbraio – dà già fastidio a chi non indossa i pantaloni corti. Variegati cinema proiettano video a tema, relegando un un angolo l’esposizione dedicata alla NASA oggi, alias a tutto ciò che accade – e soprattutto deve ancora accadere – dopo lo Space Shuttle. In realtà, la vera esposizione principale del Visitor Complex è il gigantesco negozio di souvenir, che si fregia di essere il più grande NASA shop del mondo. Primato che potrebbe apparire ovvio, a chi non si sia cimentato negli omologhi di Washington e soprattutto di Houston. Di certo, la fantasia degli ideatori di souvenir griffati NASA tocca vette non a caso astronomiche… Nella vicina Hall of Fame, un filmato 3D che pare fatto per terrorizzare stavolta i bambini introduce la galleria degli astronauti di ogni tempo. A chi ha perso la vita in missione è dedicato anche l’apposito Memorial, incentrato su Apollo 1, Challenger e Columbia: a cadenze piuttosto regolari – 1967, 1986, 2003 – le tre grandi tragedie della storia astronautica americana.

Tale corposo assortimento di storia e commercio ci tiene compagnia dalle 9 alle 14, ora alla quale è fissata la partenza del nostro tour guidato in bus. Centotrenta chili buoni di guida, che mescola questioni tecniche della storia Nasa a indicazioni sui volatili che popolano le grandi aree paludose su cui si estende l’enorme comprensorio. In mezzo a tali distese di erba e acqua sulle rive dell’oceano, il Vehicle Assembly Building si erge come un gigantesco cubo di sabbia su uno sterminato prato semideserto. Qualche miglio più in là si staglia la rampa di lancio numero 39, nonché la più famosa del mondo, perché da lì gli astronauti decollavano verso la Luna e partivano – successivamente – anche gli Space Shuttle. Oggi è ceduta in uso a una compagnia privata, che per i suoi usi ha tranciato l’ultimo tratto del sentierone ghiaioso sul quale il gigantesco trasportatore cingolato portava il Saturno V dal Vehicle Assembly Building alla rampa 39. Dopo il lungo giro del Centro, il bus ci scarica di fronte a un gigantesco hangar, nel quale è stata riallestita la sala di controllo lancio per far rivivere in tempo reale la partenza dell’Apollo 8, il cui cinquantesimo anniversario – caduto lo scorso dicembre – pesa tanto quello del primo uomo sulla Luna, che cadrà il prossimo luglio. Da queste parti si dà infatti molto peso al primo viaggio verso la Luna, come profetizzato da Jules Verne, e non soltanto al primo allunaggio. La parola quindi in video a Jim Lovell, che dell’Apollo 8 fu il comandante, e che chiude il proprio discorso accennando scherzosamente a quell’altra storia che l’ha reso suo malgrado ancor più famoso, quando con l’Apollo 13 rischiò di non fare ritorno alla Terra, come raccontato nel film con Tom Hanks. Il sorriso un po’ amaro di Lovell invita i visitatori nella sala adiacente, dove sdraiato troneggia il gigantesco Saturno V, contornato dal LEM e dalla sfilza di gigantografie di tutte le patch delle missioni Apollo. I singoli stadi del razzo sovrastano le persone, facendole sentire minuscole. Quasi quanto quel piccolo passo per un uomo, che Neil Armstrong definì un enorme passo avanti per l’umanità.

Roberto Codebò
(1-continua)

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