Cent’anni fa una rivoluzione di ottobre che fu a novembre, e anche un po’ a febbraio

Posted On 07 Nov 2017


“Remont!”, “ristrutturazione”. Una sola parola da parte di un gentile passante, per rispondere a una domanda formulata nel mio russo davvero troppo essenziale. Era il febbraio 2015: mi trovavo a San Pietroburgo a seguito del Torino, e rimasi sbaccalito per l’assenza dell’incrociatore “Aurora” dal suo consueto ormeggio dirimpetto alla sagoma quantomai sovietica dell’hotel ex “Leningrad”, di cui fui ospite, or sono ormai vent’anni, in occasione del mio primo soggiorno sulle rive della Neva. Chissà se gli stessi sovietici mai l’avrebbero spostato di lì (anche solo appunto per ristrutturarlo), quell’incrociatore che esattamente cento anni fa sparò contro il Palazzo d’Inverno dando inizio a una delle rivoluzioni più famose e fraintese della storia.

Tanto per cominciare, la solita storia della data. I lettori meno giovani ricorderanno il grande spolvero della Piazza Rossa nel giorno dell’anniversario della rivoluzione, con i cartapecoriti papaveri del regime che, incappucciati nell’immancabile colbacco, osservavano dalla balconata del Mausoleo di Lenin la sfilata della potenza militare del Regime, culminante nei giganteschi missili trasportati su appositi rimorchi. Ma tutto questo avveniva il 7 novembre… Naturalmente perché la Russia zarista, nel suo isolamento internazionale, aveva trascurato di adeguare il proprio calendario alla riforma attuata poi soltanto nel 1582 (molti Paesi l’avevano attuata un po’ in ritardo, ma non così tanto…). Con l’adozione anche da parte di Mosca del calendario gregoriano, si decise di conservare la sequenza naturale dei giorni, conseguentemente traslando la data della sentitissima celebrazione.

Ma vi è ben altro fraintendimento cronologico, dietro la data simbolo di quella rivoluzione. Molti credono infatti che quella giornata abbia posto fine al potere dello zar; il quale, invece, era già stato cacciato nel febbraio precedente con il colpo di mano guidato da Aleksandr Kerenskij. Il golpe del successivo ottobre – o novembre che dir si voglia – segnò dunque la presa del potere da parte dei bolscevichi ai danni dei menscevichi. Fu, in altre parole, la risoluzione definitiva del dissidio tra le due principali correnti del movimento rivoluzionario. Non potrebbe dunque essere più corretta l’etichetta “Rivoluzione bolscevica”, che però, come tutte le cose troppo esatte, trae in inganno…

Tutto ciò chiarito, come sempre la data in questione in realtà non significa nulla. Gli anniversari dei grandi eventi geopolitici sono quasi sempre pompati a posteriori, ma in allora non hanno affatto denotato alcuna palingenesi. Non accadde in Italia con la marcia su Roma; a maggior ragione mai sarebbe potuto accadere nell’immensa madre Russia. Soltanto il 25 ottobre 1922 – guarda un po’, proprio tre giorni prima della stessa marcia su Roma…! – l’Armata Rossa conquistò Vladivostok, ultima e lontanissima roccaforte della resistenza antirivoluzionaria; ma la spaventosa guerra civile che aveva spaccato in due la Russia tra rossi e bianchi ebbe ancora qualche focolaio fino al giugno dell’anno seguente. E soltanto il 30 dicembre 1922 – cinque anni dopo le cannonate dell’incrociatore Aurora – venne ufficialmente fondata l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, caso raro di un’entità statuale che ha una precisa data di nascita e un’altrettanto precisa data di morte (il 21 dicembre di sessantanove anni dopo).

L’artefice di tutto ciò, Vladimir Ilic Ulianov in arte Lenin, si sarebbe goduto per poco la sua gigantesca creatura. Morì il 30 gennaio 1924 non ancora cinquaquattrenne, non prima di aver fondato la Nuova Politica Economica (la celebre NEP) per correggere gli eccessi collettivistici della Rivoluzione (più prosaicamente, per salvare la popolazione della spaventosa carestia causata dalla guerra civile). E non prima di aver ammonito i suoi compagni dal pericolo estremista e fanatico incarnato da quel membro georgiano del suo entourage, che, tenendo fede alla facile profezia, dopo la morte di Lenin avrebbe fatto fuori ad uno ad uno i concorrenti nella lotta per il potere supremo. E fu in realtà Iosif Vissarionovic Iugashvili, in arte Stalin, a conferire all’Unione Sovietica le caratteristiche – per molti versi così lontane da quelle patrocinate dall’ultimo Lenin – che tutti impararono a conoscere nel corso della Guerra Fredda sulle note di un inno nazionale che per la sua bellezza metteva (e mette) d’accordo i paladini di tutte le ideologie.

Ancora oggi – solenne parentesi centenaria a parte – ogni 7 novembre qualche nostalgico si raduna sulla Piazza Rossa per festeggiare l’anniversario della Rivoluzione. Poco più in là, il compagno Lenin continua a giacere imbalsamato nel suo mausoleo. Le gigantesche statue a lui dedicate non ci sono più, ma in quelle che furono le sterminate periferie dell’Impero – per esempio in quella Yerevan da cui scrivevo un mese e mezzo fa – le memorie dell’epopea bolscevica spesso troneggiano ancora in mezzo a enormi ricchezze individuali e palpabili disagi sociali. Chissà come sarebbe stato tutto diverso, se il compagno Vladimir Ilic Ulianov fosse vissuto dieci anni di più. Ma coi “se” e coi “ma” la storia non si fa; men che meno quella dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Roberto Codebò

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