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Coppia piemontese bloccata in Marocco: “Il nostro lockdown difficile ma arricchente”


I coniugi piemontesi Giancarlo e Anna sono bloccati su una spiaggia sperduta in Marocco da oltre due mesi a causa dell’emergenza Covid. La lunga testimonianza di Giancarlo, che riportiamo di seguito, dimostra come questa permanenza forzata nel deserto, seppur con molte difficoltà e privazioni, stia rappresentando anche un’opportunità di incontro e scambio tra culture.

La nostra redazione, in contatto costante con la coppia, ha segnalato la situazione alla Sindaca di Torino, Chiara Appendino, che si è detta pronta a fare la sua parte per riportare al più presto Giancarlo e Anna a casa.

“Sbarcati a Tangeri il primo giorno di marzo con il nostro camper, abbiamo lentamente raggiunto la bella Fes e poi giù fino a Merzouga attraverso i Monti dell’Atlas e costeggiando l’Algeria, siamo arrivati nella provincia di Guelmin, a sud di Agadir, arrivando fino a Dakhla. Il blocco stradale imposto dalle autorità del Marocco ci ha sorpreso qui a Portorico che, nonostante il nome un tantino pretenzioso, in realtà non è niente di più che una bellissima spiaggia che si estende a perdita d’occhio sull’Atlantico interrotta a tratti da una costa franosa a strapiombo sulle rocce sottostanti, ricche di enormi cozze da una parte e dall’altra il deserto del Sahara.

Siamo bloccati su questa spiaggia a 80 chilometri a sud di Dakhla dal 15 marzo con altri 3 camper al termine di una strada sterrata di circa 6 chilometri che si diparte dalla statale asfaltata principale. Questa segue parallelamente la costa e porta verso sud in Mauritania, il cui confine dista circa 260 chilometri da qui.

Certamente l’essere confinati con soli altri 3 camper in una spiaggia isolata senza acqua né corrente elettrica, comporta qualche piccolo disagio per una “comoda sopravvivenza/vacanza” in loco, soprattutto se si considera che la circolazione stradale è rigidamente controllata dalle innumerevoli pattuglie della Gendarmerie Royale o dai militari onnipresenti. Questo ci consente di spostarci solo a turno ogni 5/6 giorni per andare a far la spesa per tutto il gruppo e comprare boccioni di acqua da bere e le bombole del gas nel minuscolo villaggio di El Arghoub, a 15 km sulla statale, ovviamente indossando una mascherina per il contagio.

Si fa presto a far di necessità virtù, infatti, abbiamo iniziato a centellinare l’acqua di bordo sia per il bucato che per la doccia e a risparmiare le batterie del mezzo, avere un pannello solare è stato sicuramente di aiuto. A cena una candela accesa sul tavolo crea un’atmosfera simpatica e intima e fa risparmiare luce elettrica. Ci si lava facendo il bagno in mare e poi una rapida sciacquata con acqua dolce raccolta nei boccioni usati di acqua potabile.

Volete sapere da dove arriva l’acqua dolce con cui riempiamo i boccioni?
A circa 15 km dal nostro accampamento c’è una grossa cisterna di acqua pompata su da una fonte sotterranea con vasche. Qui ogni giorno vengono ad abbeverarsi centinaia di dromedari sotto l’occhio vigile dei pochi beduini che li controllano. Uno spettacolo fantastico che da solo varrebbe il viaggio fin lì. Il venticello costante del Sahara per fortuna aiuta tutti: alleggerisce per le nostre “italiche narici” il profumo che emana dai tanti cammelli riuniti nonché quello dei loro guardiani, che di certo non possono procedere in pieno deserto alle abluzioni loro imposte dal Corano. Per converso, cammelli e cammellieri sono parzialmente esentati dall’odorare sudaticcio da turista “monodoccia”, cioè da camperista che si fa la doccia per benino con shampoo e bagnoschiuma, solo una volta alla settimana.

Quando, o meglio, se riusciremo a tornare a Torino, guai a chi mi dovesse parlar male dei “marocu”: mai in vita mia ho incontrato prima d’ora gente così semplice, spontanea e generosamente altruista come in questa parte del Marocco, lontano dalle grandi città.

Passeggiando un mattino sulla spiaggia, a qualche chilometro dal nostro accampamento, abbiamo incontrato un paio di pescatori locali che hanno insistito per regalarci, non venderci – Cadeau! Cadeau! Inshallah! – tutti i cinque pesci appena pescati. Due giorni dopo gli stessi hanno raggiunto via spiaggia i nostri quattro camper per regalarci alto pesce freschissimo.
A poche decine di metri da noi vi è un microscopico avamposto della Marine Royale, di estensione di circa 3 metri per 5 con tenda berbera annessa. Qui i tre militari di turno cucinano e fanno quotidianamente il pane fresco, oltre a pattugliare a turno parte della spiaggia e del litorale qui vicino tutte le notti, armati con colpo in canna e caricatore pieno e accompagnati da Jack, un cagnone che i primi giorni incuteva a tutti noi un sacro rispetto, per non dire terrore. Ora Jack prende avanzi delle nostre tavole direttamente dalle mani di quelli tra noi che sono riusciti a fare amicizia con lui e con la sua consorte Rose, pulciosa macilenta e triste compagna, che fa un po’ pena a tutti noi che facciamo a gara per nutrirla un po’.

Anche i tre soldati sono gentilissimi con tutti noi, spesso ci omaggiano del pane appena sfornato da loro, e noi ricambiamo come possiamo: frittelle di mele una volta, dell’anguria appena comprata un’altra, una tazza di caffè italiano dopo un turno di notte o un piatto di spaghetti.
Di una sola cosa sentiamo tutti la mancanza: il vino e qualche buon aperitivo. Non è uno scherzo.  Se nelle grandi città del Marocco puoi trovare quasi tutto, qui nel profondo sud sono forse più osservanti i comandamenti del Corano, per cui niente alcool.  Vorrei vedere voi a mangiare pesce, pesce e ancora pesce e mai un goccio di vino ma sempre e solo acqua o aranciata o succo di ananas. Un supplizio per le nostre “italiche gole”.

Insomma, se penso a chi è stato confinato tra le pareti domestiche a Torino, il nostro “soggiorno coatto”, pur con tutti i suoi disagi, diventa ai miei occhi una pacchia: sole, mare, spiaggia chilometrica e cozze a volontà.

Forse l’unico vero fastidio è il vento del Sahara che soffia costantemente notte e giorno, spesso oltre i 40 km/h, sollevando turbini di sabbia che offrono certo la possibilità di uno “scrub” ecologicamente naturale e gratis se si è in costume da bagno e occhiali da sole per qualche minuto ma diventa a dir poco seccante se si fa impetuoso e perdura. Se ti trovi lontano in spiaggia hai paura di farti spolpare vivo in un peeling all’osso!

Anche il mare, che poi è Oceano Atlantico, consente un bagnetto poco sopra la cintola o sotto il mento per i più arditi: correnti forti ti possono rendere il riemergere un tantino difficoltoso. L’acqua non è poi così fredda, dopo l’iniziale infarto, ci si abitua e verrebbe da restare a mollo ma la presenza comprovata di squali, non tanto poi al largo, induce a brevi e attenti bagnetti, sbirciando qua e là non lontano dalle proprie gambe (soprattutto dopo aver visto un bebè squalo morto sulla riva di mt.1,50 nessuno di noi vorrebbe un tete a tete con il di lui genitore o nonno).

L’agenda di impegni quotidiana di ognuno di noi, tolti i necessari momenti dedicati all’igiene personale e alla colazione mattutina, col passare dei giorni è diventata un deserto. Dopo l’interrogarsi su cosa mangiare a pranzo e a cena, il pensiero va sempre più spesso alla solita domanda: cosa sarà di noi nel prossimo futuro? Riusciremo un giorno a tornare a casa?

Proprio mentre le risate si facevano sempre più rare e l’umore generale, nell’ozio perdurante, diventava sempre più mesto ho avuto un’illuminazione: ho cominciato a costruire un forno per la pizza in spiaggia, davanti al camper, secondo la tradizione berbera usando, cioè, un impasto di terra argillosa, acqua e pietre. Questa iniziativa aveva lo scopo di lasciare una traccia del nostro passaggio qui e, soprattutto, di ringraziare sia i militari, per la loro amichevole protezione e assistenza, che i pescatori per la loro generosità. La mia testardaggine ha presto coinvolto tutti gli equipaggi degli altri camper che han cominciato a lavorare con me sotto il sole del Sahara dopo avermi preso in giro e criticato.

L’opera si è subito dimostrata un’impresa a dir poco ciclopica per noi attempati pensionati. Persino uno dei militari, che mi ha guardato quasi fossi appena uscito dal manicomio quando gli ho detto che volevo fare un forno berbero, ha poi finito per collaborare con noi verso la fine e ha entusiasticamente concluso i lavori con noi esclamando “Tres bien, les Amis, tres bien fait!”.

Il collaudo del fuoco ha avuto successo, ora non resta che fare un bel pizza party comunitario. Da questo viaggio e il relativo “soggiorno obbligato” ho comunque constatato  che meno si possiede e più si è umili e disposti a condividere con altri quel poco che si ha. Tra la gente del sud del Marocco l’aiutarsi reciprocamente è un fatto naturale e quotidiano: quanti di noi europei sarebbero disposti a fare altrettanto, dimenticando almeno per un giorno la filosofia del “do ut des” che fa ormai parte del nostro DNA?”

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