ContemporaryArt 1180×45

Coronavirus: quell’eterna peste figlia delle nostre paure

Home Rubriche Coronavirus: quell’eterna peste figlia delle nostre paure

Logo-Fuori-Udienza Coronavirus: quell'eterna peste figlia delle nostre paure

«La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, com’è noto». E’ mia abitudine chiedere aiuto al mio amico Lisander, quando urgono finissimi strumenti di psicologia sociale individuale e collettiva. Sul fronte individuale, accadde ad esempio una decina di anni fa quando fu necessario scomodare Gertrude – al secolo Marianna de Leyva – per cogliere alcuni dettagli nello sguardo di Annamaria Franzoni; e sul fronte collettivo accade ora, a descrivere impatti e conseguenze di questa sorta di peste virtuale che va sotto il nome di Coronavirus.

«Virtuale», ben s’intende, non perché non esista per davvero, ma perché l’impatto della notizia – come sempre nel mondo di oggi – è spaventosamente superiore all’oggettività della notizia stessa. Se si vuole scomodare un’impostazione un po’ ingegneristica – uno dei molti retaggi personali di chi scrive – occorrerà notare che la paura non è direttamente proporzionale al fenomeno in sé bensì alla sua percezione da parte delle masse; e che quest’ultima è pari al prodotto tra il numero dei casi e l’amplificazione mediatica. Certo, non si deve credere che siano necessari gli odierni mezzi di comunicazione affinché – come direbbe De André – una notizia un po’ originale voli veloce di bocca in bocca come una freccia dall’arco scocca; proprio il Manzoni racconta che, in occasione della “sua peste”, notizie e panico si diffusero anche troppo rapidamente. Ma non vi è dubbio che tale istintiva tendenza umana trovi terribile arma nella velocità di Internet e non solo.


Così, si assiste inevitabilmente a un tendenziale scollamento tra realtà dei fatti e impatto generale dei fatti stessi. Si ha del resto un calzante esempio del fenomeno a proposito delle guerre. Un tempo, decine di migliaia di morti stavano strette in mezza colonna di un giornale; oggi, un solo militare morto – che merita comunque, sia ben chiaro, il massimo rispetto – rappresenta una breaking news. In altra maniera si potrebbe affermare che un tempo i giornali raccontavano ciò che accadeva in guerra, mentre ora nelle guerre succede ciò che dicono i giornali…

Analogamente, accade che il Virus in questione non sia più ciò che realmente è, bensì corrisponda alla rappresentazione che ne danno i mass media. Se questi ultimi affermano che si può avere addosso il virus anche se si sta bene – il che per inciso è vero quasi sempre, almeno in una fase – la psicosi popolare tende a travalicare addirittura il famigerato tampone, il cui esito diviene, a questo punto, paradossalmente irrilevante. Ciò, ovviamente, è figlio di un’irrazionalità umana che in un caso del genere attiva regole diverse da quelle della guerra. Forse non troppo diverse, agli occhi di chi ricorda l’assalto a supermercati in occasione della Guerra del Golfo del 1991; ma di certo più che mai idonee ad alimentare la paura indipendentemente dal dato di fatto.

Naturalmente, un certo giornalismo opportunista non può che agitare simili acque già così poco chete, aiutando l’animo umano a regredire a credenze molto simili a quelle in voga ai tempi delle peste manzoniana. Non a caso, proprio dal Romanzo deriva in gran parte l’uso invalso del termine “untore”, il quale – sempre non per caso – si ode non di rado nei discorsi di questi giorni, nei quali un normale starnuto può essere fattore di segregazione sociale.


«S’aggiunga che, fin dall’anno antecedente, era venuto un dispaccio, sottoscritto dal re Filippo IV, al governatore, per avvertirlo ch’erano scappati da Madrid quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi, pestiferi: stesse all’erta, se mai coloro fossero capitati a Milano». Non più Spagna e francesi ma Cina e coreani, in un mondo ormai completamente globalizzato; nel quale la globalizzazione serve anche a condividere meglio le nostre eterne paure.

Roberto Codebò

Leave a Reply