Cuor di Savoia, dove la Sindone la prima volta rischiò

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Chambéry, 2 giugno

Il balzo da Digione a Chambéry è relativamente rapido, specialmente quando si sa evitare il traffico delle tangenziali più vicine a Lione. “La Savoie annonce l’Italie”, dicono le guide francesi; e non è un luogo comune. Certo sembra ovvio, visto che parliamo della regione d’origine della ex casa reale nostrana. Ma, per contro, nella coscienza storica torinese è rimasta relativamente poca memoria per l’antica dominazione su queste terre. E soprattutto – potremmo dire – troppo poca nostalgia, cancellata forse dalla retorica pro unificazione nazionale. Tutto diverso se visto da questo versante delle Alpi: a Chambéry, fa talora impressione la corrispondenda dei nomi delle vie con Torino. E così dolcemente torinesi sono i portici di Rue de Boigne, che dalla pittoresca Fontaine des Eléphants porta verso il Castello.

Il palazzo di Giustizia, dal canto suo, sorge nella sede dell’antico Senatus Sabaudiae, il che per la cronaca non comporta certo uno switch di poteri dello Stato: perché i Senati del Regno di Sardegna erano organi non legislativi ma giudiziari, e del resto anche l’antico Palazzo di Giustizia di Torino (via Corte d’Appello 16, per intenderci) aveva sede proprio nella sede del Senato di Piemonte. Tornando al Palais de Justice di Chambéry, sul suo scalone d’onore fa bella mostra di sé un re di Sardegna (vorremmo disperatamente dirvi quale, ma manca l’indicazione ufficiale e con quei ritratti è meglio sempre andarci cauti); e nell’aula principale – che era proprio quella del Senato -, mentre un avvocato dibatte appassionatamente una causa di diritto delle assicurazioni scorgiamo la targa che ricorda i numeri del referendum indetto per ratificare, nel 1860, l’annessione della Savoia alla Francia decisa a Plombières: naturalmente, una maggioranza da far impallidire quelle bulgare. Strano: perché in un’altra mia visita a Chambéry, qualche lustro fa, una guida recitava ufficialmente che la popolazione della Savoia si sentì “Un peu abandonnée par Turin”

Il centro della città è dominato dalla collina del castello, la cui connotazione militare è ormai ricordata soltanto da torrioni e sporadiche mura. Alla sommità troneggiano la prefettura, il Conseil Général e soprattutto la Sainte-Chapelle, che ci riporta doverosamente sulle tracce della Sindone. Perché è qui che essa, dopo essere stata venduta ai Savoia nel 1453 dalla discendente di Geoffrey de Charny in cambio di un castello, venne conservata dal 1506 al 1578, anno in cui Emanuele Filiberto la fece portare a Torino – appena divenuta capitale del Ducato – per facilitare il pellegrinaggio di San carlo Borromeo, che aveva fatto voto di recarsi a piedi sino al cospetto del Santo Sudario in segno di ringraziamento per la fine della peste di Milano (*). Nei centoventicinque anni della sindone a Chambéry, peripezie varie e segni profondi. Perché nei primi anni in cui fu in mani sabaude il Saint Suaire viaggiò molto, e non si sa neanche esattamente dove venisse conservato. Fino a quel 1506 in cui, come abbiamo visto, esso venne trasferito nella Sainte-Chapelle, dove una notte del 1532 un incendio surriscaldò la cassa in cui la Sindone si trovava, facendo cadere sulla tela una goccia di argento fuso. Per chi non lo sapesse, è l’origine di quelle vistose toppe triangolari che marcano il tessuto con cadenza non a caso regolarissima. Perché a quell’epoca la Sindone era conservata non arrotolata ma piegata, e quelle toppe furono cucite dalle suore Clarisse di Chambéry per chiudere i buchi causati dalla perforazione da parte a parte del lenzuolo piegato. Piegato in quale maniera, lo dice naturalmente la disposizione delle toppe stesse… Miracolosamente non accadde di peggio; un miracolo destinato a ripetersi, per fortuna, nel 1997…

Scriviamo – ve lo rivelo solo ora – dall’interno della cattedrale di Chambéry. Uno dei molti luoghi in cui la Sindone fece bella mostra di sé prima che la Sainte-Chapelle venisse ultimata. Splendida triplice navata gotica con volta a crociera, atmosfera quantomani claustrale impreziosita in questo momento da un suggestivo sottofondo di musiche sacre. Dietro l’altare, una delle due riproduzioni in grandezza naturale della Sindone di cui dispongono da queste parti (l’altra si trova naturalmente nella Sainte-Chapelle). A margine, numerosi pannelli esplicativi. Ennesimi tasselli di un mistero storico-religioso che pare senza fine. Mistero della coincidenza o meno della Sindone con il Mandylion di Edessa; mistero del viaggio dal Vicino Oriente verso l’Europa. Tra le molte teorie va e viene il ruolo dei Cavalieri Templari: ma in tema di misteri i Templari si potrebbero definire la Loggia P2 del Medioevo, quindi lì non vi sarà mai nulla di sicuro… Mistero, in ultimo, sull’autencitià stessa del lenzuolo: qui forse, ancora più che a Torino, è viva la polemica sui test del 1988 che ne sancirono le origini medievali. Ma queste considerazioni più moderne trovano poco spazio, nella suggestione claustrale della cattedrale da cui scriviamo. Più facile pensare al misterioso e affascinante viaggio di quel lenzuolo da Gerusalemme a Lirey, che – Templari o non Templari – nessuno sarà mai in grado di ricostruire con esattezza. L’eterno fascino della Sindone, per me, in fondo è proprio questo.

Roberto Codebò

(3-fine)

(*): non si confonda questa pestilenza con quella narrata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi, la quale ebbe luogo nel 1630.

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