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Da Miami a Key West, per chi scrive decennale traguardo

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Key West (Florida), 20 febbraio

Kenansville, Florida, 564 abitanti. Visivamente, un distributore di benzina con relativo emporio che si affaccia sulla Highway 441, mentre da Cocoa Beach scendiamo verso Miami “per linee interne”, vale a dire senza stare sulla costa. Differenza abissale in una Florida che, quando non si affaccia sull’Atlantico o sul Golfo del Messico, conosce quasi solo prati, paludi e laghi. Con spazio per l’appunto solo a tali minuscoli insediamenti o poco più, di quelli che potresti trovare in ogni angolo d’America, lontani dalle grandi e spersonalizzate stazioni di servizio, con pompe di benzina vintage e annesso negozio che fa sia da cassa del distributore, sia da negozietto del paese, con dentifrici e liquidi lavavetri che a volte si distinguono a fatica mentre si cammina su linoleum consunti o palchetti ancora più usurati. Lasciamo cinquanta dollari alla cassiera prima di fare rifornimento, ma la procedura del prepaying – tipica per l’appunto delle grandi stazioni di servizio – probabilmente non è in voga a Kenansville, Florida; così la cassiera crede che abbiamo fatto cinquanta dollari di benzina (che ai prezzi americani fa un’ottantina di litri…) e ce ne siamo andati senza salutare. Quando si accorge della svista, deve trigare non poco per il complicato storno, reso ancor più arduo dal contestuale acquisto di uno snack. Essendo sabato, l’adiacente ufficio postale è chiuso, ma è comunque possibile accedere al suo primo locale (prima della porta dell’ufficio vero e proprio): non solo per accedere alle caselle postali, ma anche per servirsi liberamente di buste, che per la cronaca nell’occasione ci fanno molto comodo. A poche decine di miglia da Miami, America profonda per davvero, la più bella per chi scrive…

Nonostante la benzina così laboriosamente acquistata sia stata consumata solo in piccola parte, come da nostra abitudine preferiamo rifare il pieno a fine giornata. Entrando in Miami per una direttrice non principale, non fruiamo del consueto schieramento di stazioni di servizio. Scorgiamo invece un distributore in una parallela, che – non saprei perché – ci ispira. Appena scesi, un colorito concerto di variegate frasacce dei latinos, in particolare camionisti. C’è poco da fare: Così meridionale e scostata rispetto al territorio statunitense, la Florida è americana nella bandiera ma latinoamericana nel sangue, con immigrati che vengono da Centroamerica, Caraibi e non soltanto. Rispetto alla periferia, il colorito di una simile ondata non si perde neppure nel ben più distinta Miami Beach, dove il personale del nostro albergo parla inglese con i clienti ma usa lo spagnolo come lingua di servizio: per il sottoscritto ne derivano gustose conversazioni mixate tipo lingua/dialetto, che proseguono nell’hotel adiacente, il quale funge da pizzeria anche per il nostro creando un simpatico andirivieni di tipi da spiaggia che corrono da una reception all’altra con in mano grosse scatole di cartone fumanti. La fanciulla che ci serve è addirittura argentina, e decanta senza sosta lo spietato corteggiamento che subisce ad opera di un napoletano. Ci piacerebbe sentire anche l’altra campana…

“Do you love me, do you, Surfer girl…?”. Le note dei Beach Boys sembrano come sempre echeggiare su queste spiagge d’America, che tra questo viaggio e il precedente abbiamo battuto piuttosto sistematicamente – sul versante atlantico – da Washington in giù: Virginia, North Carolina, Florida. Il tutto ovviamente vissuto con canoni rigorosamente americani, che si accentuano sulle dimensioni di Miami e dintorni: da un lato sea resort, dall’altro città purissima e trafficatissima. A metà febbraio si sfiorano già i trenta gradi, con impatto quasi devastante sulla delicatissima epidermide del vostro cronista viaggiatore, che si protegge tutto tranne gli stinchi, riducendoli – complici le dimensioni – a due prosciutti di Parma. Buon rimedio è offerto dal piccolo negozio della reception, che – a prezzi neppure troppo da collezionista – vende un potentissimo gel doposole che fa miracoli. Per intanto, una Olga rigorosamente latinoamericana dapprima sostiene di aver esaurito le banane in vendita, poi ci tira fuori quelle che la direzione dell’hotel non lascia più vendere, e che sono proprio quelle – intensamente punteggiate di nero – che ci piacciono di più. Se la ride la graziosa Olga, mentre in spagnolo commentiamo che per queste cose non ci vogliono i supercapi delle catene internazionali, bensì “gente de campo”. Gente di campagna, per l’appunto…

Era il 2008, quando il vostro cronista viaggiatore programmò un giro a tappe attraverso gli Stati Uniti che, appoggiandosi – come notavamo nella prima puntata – ai giri pregressi, tessesse una rete sistematica e anche piuttosto fitta. Quel giro ha subito numerosi ritardi (come quelli che, mentre scriviamo, patisce il nostro aereo del ritorno); quel giro, dopo aver condotto a ovest, a sud, a est e poi di nuovo a sud, sarebbe dovuto terminare a Key West. Da dove per l’appunto scriviamo, in preda a un’emozione lunga dieci anni, per non parlare dei viaggi precedenti. Missione compiuta: i prossimi viaggi americani saranno il Capitolo 2, come sempre – lo sapete – a Dio piacendo…

Roberto Codebò
(3-fine)

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