«Da Trieste in giù»: da partner di Frank Sinatra a vittima di Benigni


«Com’è bello far l’amore da Trieste in giù» contro «A far l’amore cominci tu». Le melodie che hanno reso immortale Raffaella Carrà fanno a gara in questi giorni a quale si lascia canticchiare di più da chi è stato così colpito dalla perdita di una grossa fetta di Italia nazionalpopolare, e di storia della televisione. Ma non era certo necessario aspettare che Raffaella Maria Roberta Pelloni – questo il suo nome completo all’anagrafe – se ne andasse per sempre: ché quelle musichette erano sulla bocca di tutti già da prima. Melodie innocenti all’orecchio, ma dai temi scottanti in un’Italia nella quale la libertà sessuale era di là da venire e i vestiti lunghi ed accollati, dai colori mai sgargianti e comunque livellati dalle immagini in bianco e nero, assai poco lasciavano capire – e ancor meno trasparire – delle forme sottostanti. Tutto diverso insomma, dalle scollature, dal lamé e dagli spacchi di quel caschetto biondo tinto che finì per apportare al movimento femminista ben più beneficî di tanti girotondi sulle pubbliche piazze…

Prima di tingersi i capelli, Raffaella Carrà aveva recitato a fianco di Frank Sinatra. Incontro quasi casuale, sul set del «Colonnello von Ryan» tra due personaggi non abituali frequentatori del cinema. Sufficiente tuttavia a inorgoglire per sempre una Carrà appena ventiduenne – era il 1965 – la cui pregressa carriera nelle balere romagnole era ancor troppo poco prestigiosa. Ma quella chioma corvina stava già per cambiare tonalità, pronta ante litteram per l’avvento della TV a colori…

Tra un «Fantastico» e un altro, tra un sabato sera e il successivo, la Carrà finì per approdare anche alla fascia pomeridiana/pranzo. Fu scelta dalla RAI nel 1983 per inaugurare le trasmissioni a quell’ora, levando finalmente di mezzo il famigerato monoscopio. Si trattava – serve raccontarlo a beneficio dei più giovani – di un orrendo logo circolare in bassissima risoluzione, che tra cerchi e quadrettoni portava al suo interno le pochissime tonalità cromatiche trasmissibili via TV (altro che sedici milioni di colori…); il tutto corredato a livello audio dalla snervante emissione costante del «la» centrale (440 hertz), resa famosa anche da certe barzellette di Pierino. Dopo anni di questo strazio, in quel 1983, la comparsa della Carrà fu una vera liberazione per chi da anni aspettava la mitica sigla col reticolo in mezzo alle nuvole – e la musica del Gugliemo Tell di Gioacchino Rossini -, che annunciava l’inizio dei programmi pomeridiani…

La sera di sabato 19 ottobre 1991, Roberto Benigni irrompe sul palcoscenico del Teatro delle Vittorie in Roma. Raffaella Carrà, nella sua qualità di conduttrice di «Fantastico 12», indossa un vestito rosso, stretto e lungo con tacchi alti. Più in forma che mai, il comico toscano le salta letteralmente addosso esclamando «Che bella chiappa», indi le indirizza un cavalleresco «Fammela vedere un secondo». Ne scaturisce un’immortale elencazione di ogni possibile nome dell’organo genitale femminile, intervallata da quesiti di anatomia a Piero Angela, seduto in prima fila. Molti anni prima dell’avvento di Youtube, dove oggi è visualizzatissima, quella sequenza entrerà per sempre nella storia della televisione italiana.

L’anno dopo, la Carrà tornò in una Spagna nella quale era già popolarissima, e che per lei fu quasi una seconda patria artistica. Prima di dividersi calcisticamente, stasera Italia e Spagna saranno accomunate – pare – da un minuto di silenzio nel tempio di Wembley. Proprio in terra inglese, del resto, meno di un anno fa la Carrà era stata incoronata da The Guardian sex symbol europeo. Il minimo che potesse accadere, dopo quegli spacchi destinati a rompere il protocollo di una TV non ancora a colori.

Roberto Codebò

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