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Fiat Mirafiori, ovvero: piccoli numeri, grande significato

Posted On 07 Set 2015

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Milleottocento lavoratori collocati “in libertà” a allo stabilimento di RIvalta; tremila lavoratori del primo turno di Mirafiori convocati per la vertenza sugli orari di lavoro, che l’azienda domanda di allungare per far fronte ai crescenti ordini della 127, l’auto più venduta in Europa. Cronache del 1977, che fanno sembrare i numeri di oggi qualche goccia in un oceano ormai prosciugatosi. Trentotto anni fa, a Mirafiori lavoravano sedicimila persone; oggi, il ritorno di trecento lavoratori sembra un ritorno alla vita.

Erano i tempi di Cipputi, l’anziano Fiat reso famoso dalle barzellette e dalle caricature. Torino era la Fiat e il suo indotto; la chiusura di Mirafiori dettava i ritmi e i tempi di esodo e controesodo estivi. All’ordine del giorno – come visto – le vertenze gestite da dirigenti sindacali che spesso, ironicamente, dovevano mettere a tacere la loro conclamata fede juventina per tuonare contro la famiglia Agnelli. E quel sindacalismo da trincea – che pure spesso riusciva a attirarsi le ire degli estremisti rossi – protestava non perché il lavoro mancasse, ma perché ce n’era troppo, e la proprietà pretendeva il lavoro al sabato invece di effettuare nuove assunzioni…

Se ha memoria di quelle epoche, difficile dunque aver considerazione per il ritorno a Mirafiori – nell’arco di questa settimana – di milleduecento lavoratori: i quali lasciata la Fiat con sede a Torino, ritrovano al suo posto una multinazionale con sede in Olanda e quotata alla borsa di Londra. Eppure, tutto ciò si innesta su considerazioni globalmente positive relative proprio all’internazionalizzazione della Fiat: la quale ha perso quote di mercato in Italia ma le ha recuperate all’estero, pronta per contro a cavalcare anche l’eventuale ripresa del mercato automobilistico italiano.

Certo, anche in questo caso i numeri non reggono quelli del passato, anche più recente rispetto agli anni Settanta. Rispetto a vent’anni fa, il numero di auto immatricolate in Italia è pressoché dimezzato. Ma questa volta più della quantità conta la qualità; perché i modelli odierni sono più costosi e più sofisticati di quelli di allora, dunque valgono di più e richiedono più ore di lavoro. In nome di ciò, FCA mantiene in Italia ben quattro siti produttivi: che certo sono in fotocopia variamente ridotta pur sempre al passato, ma che rappresentano comunque un grande apparato per un’industria automobilistica che si pone come uno dei comparti traino della ripresa economica.

Per quanto riguarda FCA, tutto ciò andrà riletto alla luce dell’eventuale fusione con GM, che potrebbe ridisegnare le strategie produttive nei siti italiani mettendole ancora più al servizio delle esigenze del mercato estero. Ma tali considerazioni sono premature; per il momento, il ritorno di milleduecento operai a Mirafiori è molto meno una goccia dell’oceano di quanto si possa pensare.

Roberto Codebò

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