
Abbiamo conversato con Francesco Coppolella, segretario regionale di Nursind (Sindacato degli Infermieri) sui problemi della professione e sulla crisi di personale che il Piemonte sta attraversando negli ultimi anni.
Qual è la condizione attuale degli infermieri in Piemonte, specialmente a livello numerico?
La condizione degli infermieri è un problema nazionale e mondiale, che si riflette chiaramente anche a livello regionale. Il numero degli infermieri in Italia, così come in Piemonte, sta diminuendo costantemente per diverse ragioni. In Piemonte, secondo gli standard assistenziali legati ai livelli scientifici, siamo sotto di circa 5.000 infermieri. Questo è un problema serio, aggravato dal fatto che gli infermieri non si trovano: la professione è diventata poco attrattiva. Inoltre, abbiamo una forza lavoro con un’età avanzata; nei prossimi 5-6 anni affronteremo una “gobba pensionistica” molto alta. Le stime indicano che nella nostra regione usciranno circa 1.000 infermieri all’anno, a fronte di soli 300 o 400 nuovi ingressi, poiché il numero di iscritti a Scienze Infermieristiche è sempre inferiore al fabbisogno e continua a calare.
A questo proposito, ci sono province in Piemonte che soffrono maggiormente questo calo o aree della sanità in cui la carenza è più critica?
Assolutamente sì. Le zone meno attrattive sono quelle disagiate e le province di confine. Torino resta leggermente più attrattiva, ma stiamo perdendo personale anche nella città metropolitana. Le criticità sono diffuse ovunque a causa del disagio legato ai turni, al carico di lavoro e alle elevate responsabilità. Nelle sale operatorie, ad esempio, un recente sondaggio rivela che gli infermieri vengono attivati quasi ogni giorno, lavorando anche 16-17 ore al giorno per abbattere le liste d’attesa. Nonostante l’aumento dei servizi, le risorse restano le stesse: puoi aumentare i medici, ma senza infermieri non si va avanti. Inoltre, la riforma territoriale ha portato all’apertura di case e ospedali di comunità “a isorisorse”, sottraendo personale agli ospedali.

Le istituzioni regionali sono a conoscenza di queste problematiche e avete avuto dei confronti con loro?
La politica è assolutamente a conoscenza dei numeri e delle problematiche, poiché abbiamo confronti strutturali e periodici con la Regione. Tuttavia, spesso il problema viene definito “nazionale” a livello locale o “regionale” a livello aziendale. Senza una riforma strutturale, stiamo provando ad agire su politiche di welfare per conciliare meglio vita privata e lavoro, ma quando la “coperta è corta” gli sforzi non bastano. Molti giovani oggi non scelgono questa professione: lo scorso anno, su 1.000 posti disponibili, abbiamo avuto circa 700 domande, e di questi molti non finiscono il corso o scelgono la sanità privata e l’estero, dove trovano condizioni più soddisfacenti.
Perché il mestiere non è più attrattivo? È solo una questione economica o incidono anche i ritmi e la fatica?
Il problema economico esiste ed è legato alla sproporzione tra stipendio e fatiche. Per circa 1.700 euro al mese, un infermiere deve lavorare di notte, nei festivi, saltare i riposi ed essere sempre reperibile, affrontando responsabilità enormi e rischi legali. I giovani preferiscono altre professioni sanitarie, come il fisioterapista o il tecnico di radiologia, che offrono una migliore conciliazione con la vita privata e meno stress. Lavorare in un pronto soccorso strapieno, dove uno o due infermieri devono valutare 80 persone, espone a rischi enormi davanti alla legge. In reparti di medicina o chirurgia, capita di dover assistere 20 pazienti, quando il rapporto scientifico per un’assistenza adeguata dovrebbe essere di uno a sei. Lavorare in queste condizioni è estenuante.
L’assessore Riboldi ha menzionato collaborazioni con paesi esteri per integrare il personale. Cosa ne pensa di questa soluzione?
Non siamo contrari, a patto che vengano garantiti i requisiti formativi e linguistici. Se si trovano professionisti competenti che conoscono la lingua italiana, non c’è problema. Tuttavia, riteniamo questa una misura “tampone” e non una soluzione definitiva, poiché anche gli altri paesi affrontano le stesse carenze. Vorremmo che la soluzione venisse trovata incentivando i nostri giovani a intraprendere questa carriera attraverso un investimento strutturale importante.

Quali proposte concrete di riforma strutturale avete presentato alla politica regionale?
Poiché la Regione non può aumentare direttamente gli stipendi (che è competenza del Governo), chiediamo di incidere sul welfare aziendale. Proponiamo politiche di “age management” per impiegare il personale con oltre 55-60 anni in mansioni meno gravose. Un altro punto cruciale è la rimozione dei compiti amministrativi o igienico-alberghieri non legati all’assistenza, che oggi sottraggono il 20-30% del tempo agli infermieri. Se riuscissimo a delegare questi compiti ad altre figure, libereremmo risorse preziose per l’assistenza diretta. Chiediamo inoltre di valorizzare le competenze specialistiche: spesso gli infermieri sono trattati come semplici “numeri” da spostare per coprire i buchi, ignorando le loro specializzazioni. Infine, servono politiche incentivanti per chi lavora nelle zone più disagiate.