Gianni Agnelli: cento anni fa, la nascita di un Avvocato che tale non era


«Avvocato, Maradona ha chiesto di incontrarla», gli domandò Franco Costa poco prima dell’inizio di un Juventus-Napoli. «Dopo vediamo nel sottopassaggio: se c’è, lo saluto volentieri», rispose l’Avvocato. Che peraltro tale non era affatto: laureato sì in un giurisprudenza – con qualche maldicenza sugli esami passati d’ufficio in tempo di guerra – ma sinonimo stesso, a Torino e non solo, di una rinomatissima professione senza mai averla neppure esercitata. Era la magia di Giovanni Agnelli, l’unico che potesse parlare di Diego Armando Maradona nella maniera superiore e disinvolta testimoniata dalla frase di cui sopra. Non era solo questione di soldi o di potere (se Berlusconi avesse provato a dire quella cosa, chissà che figura avrebbe fatto…), e neppure soltanto questione di imprinting familiare (suo fratello Umberto non sarebbe mai stato capace di dire quella frase). Era anche – e soprattutto – questione di una sua peculiare, superiore e ironica leggerezza di fondo, germogliata in maniera irripetibile nel caratteristico mix di privilegi e disgrazie della dinastia più famosa d’Italia.

Nato a Torino il 12 marzo 1921 da Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon del Monte, resterà a lungo al di fuori dei destini della Fiat. La straripante personalità del suo omonimo nonno saprà oscurare dapprima la figura del proprio figlio Edoardo. Quando quest’ultimo muore in un incidente aereo nel 1935 a soli 43 anni, il timone della Fiat viene gradualmente trasferito nelle mani di Vittorio Valletta. Nel frattempo, scoppia la Seconda Guerra Mondiale e il giovane tenente Agnelli è impegnato sul fronte russo e in Africa. Finita la guerra, il 30 novembre 1945 Gianni perde anche la madre, che si schianta in auto contro un camion militare americano nei pressi di Pisa. Sedici soli giorni dopo, muore anche Giovanni Agnelli senior. Vittorio Valletta (che nei mesi precedenti è stato epurato e poi reintegrato nel quadro dell’occupazione partigiana della Fiat) convoca il trentaquattrenne Gianni e gli domanda: “Avvocato, il presidente della Fiat lo faccio io o lo fa Lei?». Risposta di Gianni: «Ma di certo Lei, professore». Di tale frase non esiste naturalmente una registrazione; se esistesse, crediamo che sarebbe molto simile alla frase su Maradona di cui sopra…

Di sicuro, con quella frase Gianni Agnelli si garantisce un ulteriore ventennio di spensierati agi mondani, vissuti alla luce di un’imprudenza di fondo che rischia di costargli cara. Il 22 agosto 1952, guidando ad alta velocità sulla corniche nei pressi del Principato di Monaco, rimane vittima di uno spaventoso incidente stradale nel quale rischia di perdere la gamba destra. Tutto frutto di una lite con la ex nuora di Winston Churchill, irritata per la relazione di Gianni con una giovane fanciulla che, in quel momento, è proprio in macchina con lui… L’anno seguente Gianni sposa Marella Castagneto di Caracciolo, ma – ça va sans dire – le sue divagazioni amorose targate Anita Ekberg e Jacqueline Kennedy non si interrompono di certo… Avanti anzi con la bella vita fino al 1966, anno del pensionamento di Vittorio Valletta.

A quarantacinque anni, Gianni Agnelli assume la guida del più importante gruppo automobilistico italiano. La contingenza storica e economica è più che mai complessa: il miracolo economico sta finendo e, per alimentare produzione e vendite, la Fiat si muove molto al di fuori delle logiche della Guerra Fredda sui sentieri tracciati negli anni precedenti da Enrico Mattei. Grandi le aperture al mercato sovietico, che portano alla costruzione della città-fabbrica di Togliatti e contribuiscono a marchiare le auto russe di un’impronta torinese ben visibile ancor oggi (le maniglie delle porte della Lada Niva sono quelle della vecchia Fiat 124…). Grandi le aperture anche verso la Libia di Muhammar Gheddafi, salito al potere nel 1969, che diviene ago della delicata bilancia italiana tra politica atlantica e politica mediterranea… In quello stesso 1969, un lungimirante Enzo Ferrari perfeziona gli accordi che dopo la sua morte – nel 1988 – faranno transitare il Cavallino Rampante sotto il diretto controllo della Fiat. Ma i tardi anni Sessanta sono soprattutto gli anni della contestazione giovanile e – per quel che qui più ci interessa – delle grandi vertenze sindacali. Vertenze che Gianni Agnelli gestirà sempre in primissima persona – anche come presidente di Confindustria – coi leader di CGIL, CISL e UIL, stabilendo con essi rapporti personali di cordialità e stima reciproca, non di rado cementati dall’ironica circostanza che questi ultimi siano tifosi della Juventus…

Se la formazione bianconera non fosse mai esistita, la percezione sociale di Gianni Agnelli sarebbe stata completamente diversa. Molto più che alle complicate cronache politico-economico-sindacali di cui sopra, la massa era fertile a interviste e battute come quella con cui abbiamo aperto il presente articolo. Del resto, cronache economiche e cronache sportive non sempre si distingueranno del tutto: nel 1983, l’arrivo alla Juventus di Zbigniew Boniek sarà corollario allo sbarco delle fabbriche Fiat in terra polacca, anche in questo caso precorrendo la caduta del Muro di Berlino. In anni in cui lo scudetto era spesso una faccenda privata tra le torinesi, Agnelli spesso era allo stadio anche per il Toro, magari arrivando alla guida della propria auto e con’improbabile giacca a vento blu… Qualche volta allo stadio ci portava anche suo figlio Edoardo: proprio al Comunale sono state scattate molte delle poche foto che li ritraggono insieme…

Già. Perché ricchezza, gaudenza, ironia e mondalità da sempre si dipanavano in mezzo alle disgrazie di famiglia. Suo padre – l’abbiamo già ricordato – morì nel 1935 quando Gianni aveva solo quattordici anni. Il suo unico figlio maschio morì invece nel novembre 2000, forse suicida (ne abbiamo scritto quattro mesi fa in occasione del ventesimo anniversario). In mezzo, la morte a soli trentasei anni anni del fratello Giorgio, l’altro maschio oltre a Gianni e Umberto, anch’egli forse suicida. Uno dei più grandi misteri di una dinastia nella quale i frequenti dolori sono stati spesso coperti da una spessa coltre, fertile terreno a variegate ipotesi di complotto. E prima della morte di Edoardo, nel 1997 la morte anche di Giovanni Agnelli III, figlio di Umberto, successore designato alla guida della Fiat e sostituito in tale ruolo dall’appena ventunenne John Elkann, grazie alla cui nascita l’Avvocato, nel 1976, era diventato nonno. Basta tradurre il nome di battesimo, e con John continua l’alternanza tra Giovanni e Edoardi che risale perlomeno al padre di Giovanni Agnelli senior, e che trasforma le biografie in una sorta di cruciverba…

Fu proprio la morte del figlio Edoardo a segnare per Gianni Agnelli l’inizio della fine. Non l’aveva mai molto amato in vita, e come visto l’aveva anche escluso dalla successione alla guida della Fiat. Ma la sua prematura scomparsa segnò per sempre un fisico ormai minato dall’età, dalla malattia e – secondo molti – della cocaina. Tra i moltissimi privilegi della sua vita, l’Avvocato non ebbe quello di una fine improvvisa e/o indolore. Scomparve anzi gradualmente e con grandissime sofferenze dalla scena, cosicché la notizia della sua morte – il 24 gennaio 2003 – venne a suggello di ciò che ormai da anni si sapeva. In prima fila, al funerale, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Guarda caso proprio una di quelle prove – come dicevamo – che lo stile di Gianni Agnelli non fosse solo questione di soldi, famiglia e potere.

Roberto Codebò

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