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Grecia e Turchia: stretti bracci di mare tra antiche e nuove diatribe

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Samos, dicembre

Lo stretto di Mycale è uno braccio di mare largo poco meno di due miglia nautiche (quindi poco più di tre chilometri), che separa l’isola da Samos dalla costa turca. Nel faro che, sullo spigolo di Samos affacciato verso lo stretto, faceva un tempo da guida alle imbarcazioni, il viale di accesso è un sentiero di bidoni rossi e bianchi. All’esterno, camionette dell’esercito; all’interno, militari di guardia. Le stesse camionette punteggiano l’isola vivacizzando i ritmi fiacchi dell’Egeo invernale, quando i resort marittimi sono sprangati e la vita delle isole è ritmata dai due voli giornalieri da e per Atene e da traghetti da un’isola all’altra che raramente sono più di due o tre alla settimana. Tute mimetiche anche per i militari seduti a tavolini del bar che fa da antingresso alla reception del nostro hotel. Sembra davvero il primo capitolo di uno di quei romanzi nei quali la storia e la geografia si divertono a intrecciare vicende passate e presenti trasformandole in una sola, inestricabile scena…

Pyrgos è il minuscolo villaggio che sembra l’ombelico di Samos, piazzato com’è a metà della strada che taglia l’isola in diagonale congiungendo il porto di Karlovas con il porto di Pytagorio, dedicato al più celebre figlio di quest’isola, il quale diverrà poi crotonese d’adozione. Nella piazzetta di Pyrgos, l’immancabile bandierone e l’immancabile monumento ai caduti delle guerre 1912-1920. Già, perché da queste parti l’arco cronologico della prima guerra mondiale risulta ampliato da un lato dalle due guerre balcaniche, e dall’altro dalla guerra greco-turca. Di fatto un’unica vicenda bellica nel cui quadro la Grecia mirava ad espandersi nei territori lasciati liberi dal collassante Impero Ottomano, dal quale Atene e dintorni si erano già affrancati nel 1832. Le cose non andarono secondo i sogni ellenici, e nel 1923 ebbe luogo quella che ancora oggi viene ricordata come “catastrofe dell’Asia Minore”, con l’abbandono forzato, da parte dei cittadini greci, delle terre oggi turche che così bene si stagliano a occhio nudo da Samos come da Limnos, Lesvos, Chios, Cos, Rodi e relative isole minori. Davvero l’unico caso al mondo in cui una così estesa linea costiera appartiene a un Paese, mentre le isole che le stanno di fronte appartengono tutte a un altro…

La pizzeria sotto il nostro hotel prende da Napoli il nome, ma non anche le ricette… Mentre trangugiamo un po’ a fatica l’assai poco saporito risultato, in televisione scorre un telegiornale in cui il conduttore ha davanti a sé il modellino di una nave da guerra greca e il modellino di una nave da guerra turca. A un semianalfabeta di caratteri greci come chi scrive, basta questo per capire che il tema portante restano le relazioni sempre vivaci – per non dire altro – tra Atene e Istanbul, che qui assumono una connotazione molto più pratica di quanto non si possa respirare nelle due capitali. Vicende che, opportunamente cavalcate in chiave elettorale sull’uno e sull’altro fronte, non esauriscono le proprie potenzialità polemiche neppure a cento anni di distanza dai fatti che le scatenarono, anche se i tempi del colpo di stato anti-Makarios e dell’invasione turca di Cipro nord – era il 1974 – sembrano ormai lontani.

Sul lungomare di Samos (nel senso di capoluogo, non di isola), svetta il terminal portuale che d’inverno – come visto – ha assai poco lavoro, con buona pace della ruvida signora che presenzia l’antistante agenzia di viaggi, con tanto di mappa retrò dell’Egeo e relative rotte. Proprio lì davanti, ecco comparire un sommesso drappello di ragazzi nerissimi, che in infradito passeggiano attorno al porto, e con la loro presenza spiegano perché, proprio sotto il balcone della nostra camera d’hotel, sia ormeggiata una motovedetta tedesca con le insegne di Frontex. Massima discrezione da parte di uno dei membri dell’equipaggio, dal quale vorremo sapere se la sua unità, per arrivare qua da Rostock dove risiede, abbia dovuto fare il giro da Gibilterra. Ma se la rotta è riservata, lo scopo è per l’appunto chiaro: siamo sull’inizio della rotta balcanica dei migranti, alternativa a quella a noi assai più nota che attraversa il Canale di Sicilia; la rotta, insomma, contro cui un po’ più a nord si ergono i nuovi muri d’Europa. Tra fari militarizzati, fuoristrada dell’esercito e motovedette, difficile capire se in questo momento pesì più l’eterno derby Atene-Istanbul oppure l’emergenza migranti. Con buona pace di Pitagora, la storia non conosce teoremi.

Roberto Codebò

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