
Centotrentadue gol in serie A. Troppo pochi per balzare agli occhi delle cronache di oggi, figli di un’epoca di carriere più brevi, minor numero di partite e una media più bassa di gol a partita. Al contrario, i venticinque gol in maglia azzurra fanno paura ancora oggi, superati soltanto da personaggi che si chiamano Riva, Meazza, Piola, Baggio e Del Piero. Sicuramente il numero più scintillante di Alessandro Altobelli, nato il 28 novembre 1955 a Sonnino, provincia di Latina che da poco aveva smesso di chiamarsi Littoria. Di famiglia modesta, Alessandro fa il garzone del macellaio del paese e “giochicchia” nelle squadre locali fin quando, diciottenne, viene pescato dal Brescia esordendo in serie B nel campionato 1974/75. Tre stagioni con le rondinelle nel campionato cadetto, e su di lui cadono – scusate il bisticcio di parole – gli occhi dell’Inter di Eugenio Bersellini, che lo schiera immediatamente titolare venendo ripagato da dieci reti nell’anno dell’esordio di Spillo in serie A.
Il buffo soprannome che lo accompagna per tutta la carriera deriva – è appena il caso di dirlo – dal rapporto peso/altezza straordinariamente basso: 73 chili (Wikipedia dixit, ma in alcuni periodi anche meno) “spalmati” su 181 centimetri, cosa che rende Altobelli difficilmente afferrabile da difensori che pure usufruiscono di regole molto meno stringenti di oggi. Nonostante l’altezza – per l’epoca – notevole, Spillo non ha come sua specialità il gioco aereo: è molto valido in tutti i fondamentali – destro, sinistro e colpo di testa – senza sfavillare in alcuno di essi. Una media molto elevata senza il grande acuto, esattamente come sul piano realizzativo. In undici stagioni all’Inter segna come minimo nove gol per campionato (che per quei tempi sono – come si suol dire – tanta roba), ma non vince mai la classifica dei cannonieri, per colpa di gente del calibro di Roberto Bettega e di Michel Platini, che in tre occasioni – una Bobbygol e due Le Roi – lo precedono di una sola marcatura.
Domenica 23 marzo 1980, si disputa la ventiquattresima giornata del massimo campionato. Alla vigilia del turno, l’Inter comanda saldamente la classifica con 34 punti, ben otto in più (con due punti per la vittoria, un abisso) di un quartetto formato da Juventus, Milan, Roma e dal sorprendentissimo Ascoli. Quella domenica segna una battuta d’arresto per i nerazzurri, che cadono sul campo dei bianconeri (torinesi, non marchigiani) concedendo terreno proprio a una delle più dirette inseguitrici. Ma quella è anche la domenica delle auto della polizia sulla pista d’atletica degli stadi e del primo scandalo delle calcioscommesse. La sconfitta di Torino non impedirà all’Inter di conquistare il proprio dodicesimo scudetto, e le calcioscommesse priveranno Enzo Bearzot di Paolo Rossi – esploso due anni prima al mondiale argentino – proprio alla vigilia degli Europei in casa nostra. Una simile combinazione di eventi proietta Altobelli in azzurro direttamente nella fase finale di una massima competizione: il 18 giugno 1980, all’Olimpico di Roma, Spillo fa il suo esordio in Nazionale entrando all’inizio del secondo tempo al posto di Gabriele Oriali, suo compagno nell’Inter. Funge da terza punta accanto a Ciccio Graziani e Roberto Bettega, nel vano tentativo di scardinare il catenaccio belga.
Con simili nomi davanti a sé, Altobelli ovviamente fatica a trovare un posto da titolare, ma – in nome di quella regolarità che, come visto, è il suo forte – entra stabilmente in quel giro azzurro che – tra l’incredulità dei molti addetti ai lavori – è invece appena sfiorato da Evaristo Beccalossi, numero 10 nerazzurro e demiurgo di molte delle azioni finalizzate in rete da Spillo. Il quale, tra uno spezzone e l’altro con tre incontri per intero, si presenta a fine maggio 1982 con dieci presenze all’attivo e il numero 18 sulle spalle per il Mundial spagnolo. Ancora una volta, Spillo approfitta senza volerlo delle disgrazie altrui, perché Pablito è rientrato dalla squalifica per le calcioscommesse, ma un gravissimo infortuno ha fermato Roberto Bettega. Nonostante il contrario parere della critica, Bearzot dà fiducia a un Paolo Rossi tornato in scena da soli tre mesi, e non cambia idea – solo più tardi si capirà il perché – per tutto il penosissimo girone eliminatorio, nonostante Pablito appaia del tutto annebbiato. Quando decide di sostituirlo, in campo va Franco Causio, sicché Altobelli vive da spettatore la più che mai sofferta qualificazione alla seconda fase.
Non è questa la sede per raccontare la miracolosa metamorfosi che porta l’Italia dai pareggi con Perù e Camerun alle vittorie con Argentina e Brasile. Qui, ci basti sapere che Spillo esordisce nel Mondiale all’ottantesimo minuto della gara contro Maradona e compagni, quando gli azzurri sono già sul 2-0, al posto di un Paolo Rossi che di nuovo non ha segnato. Quanto Bearzot abbia fatto bene a ridare fiducia a Pablito nella gara seguente, è scritto nella leggenda del calcio: Italia-Brasile 3-2, tripletta di Rossi per l’appunto. Dal canto suo, Spillo non partecipa neppure per un minuto a una delle imprese più epiche della nostra Nazionale, mentre entra al settantesimo della semifinale con la Polonia al posto di Graziani. Nessuno ancora lo sa, ma è una specie di prova generale. Tre giorni più tardi, arriva la terza disgrazia altrui nella carriera di Alessandro Altobelli.
«Quando ho visto dopo sette minuti che Graziani è caduto e si toccava la spalla, sono uscito subito dalla panchina, mi sono tolto la tuta perché non c’era tempo da perdere. Non volevo dare neanche la possibilità a Bearzot magari di studiare un qualcosa di diverso». Determinato e anche un po’ cinico Spillo Altobelli, che con queste parole ricorda il suo ingresso in campo nelle primissime battute della finalissima del Bernabeu contro la Germania, nuovamente al posto di Graziani. All’ottantesimo minuto, con gli azzurri già sul due a zero, Bruno Conti cavalca la fascia destra e porge rasoterra al centro. Altobelli stoppa con la suola, attrae a sé Schumacher (Harald detto Toni, non Michael), ruota su se stesso anticipando Manfred Kaltz e di sinistro in mezzo tuffo infila la porta tedesca. E’ forse il gol più bello del Mondiale, ma resterà offuscato dall’urlo di Tardelli di undici minuti prima.
Dopo il trionfo spagnolo, Altobelli è suo malgrado tra i protagonisti del disastroso quadriennio 1982-1986, in cui l’Italia fallisce la qualificazione agli Europei francesi del 1984 e deve ringraziare di essere qualificata di diritto come campione in carica (oggi non accadrebbe più) ai Mondiali messicani del 1986. Usciti ormai di scena Graziani e Bettega, con Rossi relegato a ospite d’onore, Altobelli è titolare inamovibile e gode di un impressionante stato di grazia. Suoi sono quattro dei cinque gol azzurri, con la cornice di un rigore sbagliato e un’autorete propiziata. La sua prima rete contro la Corea del Sud è un capolavoro di freddezza, tecnica ed eleganza; ma la squadra non lo supporta, e l’Italia esce di scena già agli ottavi per opera della Francia di Michel Platini.
Col debutto sulla panchina azzurra di Azeglio Vicini, uno Spillo ormai ultratrentenne – sono altri tempi – lascia sempre più spesso il posto a Roberto Mancini o Gianluca Vialli. Nondimeno, il gol segnato da Altobelli contro Malta in quel di Bergamo il 24 gennaio 1987 sarà scelto come sigla dello sponsor unico della Nazionale… Agli Europei tedeschi del 1988 Spillo fa come Altafini alla Juve: parte dalla panchina, pronto a fare male. Il 17 giugno, a Colonia contro la Danimarca, entra al 67′ al posto di Mancini e, dopo una manciata di secondi, segna il suo venticinquesimo gol e ultimo gol in maglia azzurra. In quell’estate passa alla Juve, curiosamente proprio alla vigilia della più memorabile stagione della storia interista. Dopo un anno in bianconero, chiude la carriera in serie B in quella Brescia che lo aveva lanciato, e dove ancora oggi vive. Si ritira proprio alla vigilia di Italia 90. Se ne bea Totò Schillaci, che oggi da lassù, insieme con Paolo Rossi, gli dedicherà un sorriso.
Roberto Codebò