Il caso di Cuneo: targhe imbrattate, paci affrettate, nostalgie sbagliate


L’episodio del danneggiamento del monumento alla Resistenza di Cuneo ci offre l’occasione di ripercorrere alcune vicende ormai alquanto lontane nel tempo, la cui memoria, in mancanza di un momento in cui si siano chiusi certi conti, torna periodicamente a bruciare.

Vi fu un triste giorno in cui il feldmaresciallo Albert Kesselring, ormai al sicuro nella sua Germania, disse che gli italiani avrebbero dovuto fargli un monumento. A sostegno di tale quantomai «bizzarra» affermazione, Kesselring adduceva il presunto merito di non aver devastato l’Italia durante la progressiva ritirata tedesca di fronte all’avanzare degli Alleati. A tacer di episodi tipo Fosse Ardeatine, Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, che vanificherebbero tale affermazione in radicibus, resterebbe comunque assai fuori luogo l’affermazione di chi considera un merito la (presunta) non commissione di crimini di guerra.

Certo, i giudizi storici non dovrebbero mai essere figli di unilaterali passioni. Le vicende accadute nell’Italia Centrosettentrionale dal 4 giugno 1944 (liberazione di Roma) al 25 aprile (liberazione dell’Italia del Nord) vanno inquadrate nel contesto di una vera e propria guerra civile, con gli italiani stessi a parteggiare ora per i nazifascisti, ora per gli angloamericani secondo una linea divisoria che non di rado tagliava in due singole famiglie. In tale quadro, la commissione di reciproche atrocità appartiene alla crudele fisiologia delle vicende belliche, così come fisiologico – in nome del sacro diritto dei vincitori di scrivere la storia – appare il fatto che siano ricordate meglio le atrocità commesse dagli sconfitti. Tutto ciò doverosamente ricordato, appare ancora oggi inqualificabile l’atteggiamento di un criminale di guerra che non solo non chiede scusa, ma si atteggia in maniera beffarda verso parenti e connazionali delle sue vittime.

Tale atteggiamento appare ancora più esecrabile quando è posto in atto da chi è stato inizialmente condannato a morte, ha poi visto commutare la propria pena nel carcere a vita, indi è stato scarcerato sulla base di (presunti) motivi di salute, e ha infine avuto il permesso di raggiungere nuovamente la natia Germania, dove i motivi di salute di cui sopra non gli hanno impedito di lavorare come consulente del Governo per il riarmo… Beneficiario insomma della più tipica Realpolitik in virtù della quale i criminali di guerra sono valutati come risorse umane molto utili alle Potenze vincitrici (non a caso, la scarcerazione di Kesselring fu propugnata dagli inglesi) e finiscono per riciclarsi in maniera assolutamente super partes (vedansi gli ex nazisti assoldati addirittura dal governo israeliano, che, negli anni in cui rapiva all’estero e processava Adolf Eichmann, si avvaleva della collaborazione di Otto Skorzeny, liberatore di Mussolini sul Gran Sasso). Senza nulla togliere all’ineluttabile Realpolitik, riteniamo che in certi casi il silenzio sarebbe più che mai d’oro…

Venendo vicino a noi, desta inquietudine la profanazione della memoria partigiana proprio laddove – come a Cuneo – viene esposta al pubblico la poesia con la quale Piero Calamandrei replicò alle vanterie di Kesselring. Profanazione che del resto non mirava alla poesia in quanto tale, bensì al monumento che troneggia alla Resistenza in quanto tale in una città come Cuneo, che più di altre è custode di glorie e memorie della Guerra di Liberazione: effetto della vicinanza con montagne sulle quali l’attività resistenziale fu particolarmente intensa e vissuta, nonché della presenza di personaggi come Tancredi “Duccio” Galimberti, al quale Cuneo non a caso dedica la propria bellissima piazza principale.

Si è purtroppo costretti a ricondurre una simile profanazione a ragioni che trascendono l’immancabile – e inguaribile – stupidità del singolo. Il fascismo trova ancora in Italia diffuse simpatie: non parliamo qui degli indirizzi politici di stampo variamente sovranista che non tutti gli studiosi concordano nel ricondurre al fascismo «storico» e che comunque qui non interessano; bensì dei veri e propri nostalgismi dedicati a Mussolini e compagnia, con pellegrinaggi alla tomba del duce in quel di Predappio a suon di saluti romani e affissione di targhe da parte di associazioni combattentistiche che si riconducono alle formazioni poliziesche e militari della Repubblica di Salò.

Non è mai facile, per un Paese, chiudere i conti con un doloroso capitolo della propria storia. Ci pare che, a distanza di tre quarti di secolo, simili nostalgie dovrebbero essere puramente e semplicemente cadute in prescrizione senza neanche più bisogno di una confutazione nel merito. Ma ciò appare più che mai arduo, in un Paese in cui non solo la citata Realpolitik consueta ma anche l’opportunità politica contingente – dall’amnistia Togliatti in poi – portò gli ex nemici a «far pace» in maniera troppo semplicistica e frettolosa, senza un’esaustiva stagione di processi e (eque) condanne che chiudesse i conti come si doveva (cosa comunque difficile, come detto: in Francia vi fu una vera e propria épuration, ma neanche ciò bastò). Quei nemici troppo rapidamente rappacificati si ritrovarono venticinque dopo a farsi la guerra per strada al suono di bombe e mitragliette; e ancora oggi, tre quarti di secolo dopo, si combattono piccole ma fastidiose scaramucce simboliche attorno a un anniversario che dovrebbe ormai appartenere alla comune memoria storica nazionale.

Roberto Codebò

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