Il Muro: trent’anni dopo, ricordi e qualche (n)ostalgia

Posted On 09 Nov 2019

“Domandi notizie a proposito della nuova legge sui viaggi all’Ovest…”. Questa enigmatica dritta giunse poco prima della conferenza stampa convocata dal Politburo della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands) per le ore 18 di giovedì 9 novembre 1989. Destinatario della dritta: Riccardo Ehrman, giornalista dell’ANSA. Risposta di Günther Schabowski, ministro della propaganda: “Sulla base della notizie in mio possesso, la prevista apertura dei posti di blocco dovrebbe avere effetto immediato”.


Fu così, con il linguaggio paludato e un po’ arcano tipico della liturgia d’Oltrecortina, che venne reso noto che la cortina stessa stava già crollando. Pochi minuti dopo, decine di migliaia di persone all’assalto di quello che, per ventotto anni, era stato il muro più invalicabile d’Europa. Non potrebbe tecnicamente definirsi una decisione sorprendente, dopo più di quattro anni di Perestrojka gorbacioviana, e dopo che, nell’agosto di quello stesso 1989, l’Ungheria aveva aperto le proprie frontiere dando vita al primo vero esodo intertedesco, per il momento in versione “aggirante”. Tuttavia, in quella guerra che non era più fredda ma non era ancora ufficialmente terminata, tutto accadeva sempre di colpo. E di colpo, nel giro di quaranta giorni, caddero tutti i regimi socialcomunisti dei Paesi satelliti dell’Unione Sovietica, in un frenetico climax culminato il giorno di Natale 1989 con fuga, cattura, processo molto sommario e fucilazione di Nicolae e Elena Ceauşescu. Il 3 ottobre 1990, le due Germanie tornavano a essere una sola. Il 21 dicembre 1991, cessava ufficialmente di esistere la Soyuz Sovetskich Sozialisticeskich Respublik, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Nello scorso marzo, a Hötensleben, camminavo lungo la linea di confine tra Sassonia-Anhalt e Bassa Sassonia, ex confine intertedesco. Per qualche centinaio di metri, nel quadro un grazioso museo all’aperto, sono state conservate le antiche installazioni di confine sul lato orientale. Casematte, reticolati, torrette e barriere anticarro, in omaggio alla cultura ufficiale e nevrotica di un confine che si voleva invalicabile, ufficialmente per non far entrare i fascisti, in realtà per non far scappare i compagni. A distanza di trent’anni, la storia di quel confine può e deve essere riletta, con relazioni tra le due Germanie – e soprattutto tra le due Berlino – molto più osmotiche di quanto volessero lasciar intendere le raffiche dei Volkspolizisten da una parte e i comizi di John Fitzgerald Kennedy dall’altra. Relazioni che fungevano da intimo punto di contatto tra sfera d’influenza americana e sfera d’influenza sovietica, misuravano quotidianamente la temperatura della guerra fredda, si attorcigliavano in complessi affaires politico-diplomatici ben narrati nel film “Il ponte delle spie”; dopodiché volavano a mezz’aria al di sopra di una quotidianità spicciola che come sempre si infischiava di tutto ciò, con i Westberliner che attraversavano quotidianamente o quasi Checkpoint Charlie e gli altri valichi del Muro per comprare nei negozi dove potevano entrare solo loro (nonché ovviamente i papaveri della SED) per poi rivendere buona parte della spesa ai poveri cugini comunisti, mentre la municipalità di Berlino Est gestiva il trasporto pubblico anche da questa parte del Muro, ma doveva obbligatoriamente assumere e stipendiare anche un’aliquota di odiati cugini capitalisti.

Il DDR-Museum di Dresda – purtroppo alloggiato per ora in un centro commerciale della Neustadt, al di là dell’Elba – racconta la vita nella ex Germania Orientale con un taglio che, a questa distanza di tempo, può mantenersi in equilibrio tra Vopos e Stasi da un lato, e dall’altro un assistenzialismo pacioso che oggi è oggetto di una diffusa Ostalgie, la quale facilmente contagia chi non ha saputo prendere il passo di una società capitalistica della quale, prima, si sognavano soltanto i vantaggi. Vantaggi che oltrettutto non scintillano certo nella presente contingenza economica, così amplificando un disagio sociale che è terreno fertilissimo alle istigazioni neonaziste e xenofobe (Alternative für Deutschland ha i propri migliori bacini elettorali proprio nella ex DDR). A Lipsia, il nuovo fantasmagorico stadio fa da sfondo al piazzalone spelacchiato dove una volta si svolgevano le maestose parate dello sport tedesco-orientale, che trasmetteva all’estero un senso di onnipotenza collezionando medaglie alle olimpiadi (e rovinando la salute degli atleti con un doping selvaggio…). Autostrade e elettrodotti costruiti a tempo di record dal governo di Bonn – prima ancora di trasferirsi a Berlino – entrano in città dove le inconfondibili – secondo alcuni addirittura meravigliose – architetture socialiste dureranno per sempre; poi solcano campagne punteggiate di paesini dove le case a graticcio non di rado si mostrano ancora sventrate dalle artiglierie alleate della Seconda Guerra Mondiale, e dove il centrino storico cede direttamente spazio alla campagnia proprio come negli anni trenta. Nelle piazze delle cittadine – e non sempre solo in centro – si saltella ancora su quel caratteristico pavé molto più grottoluto e rumoroso del nostro, visto che è ancora praticamente quello originale dell’età guglielmina, in mezzo a una ristrutturazione costante, ma lenta. I monumentali concessionari Mercedes e Audi sono sempre un po’ più in là. Troppo in là, per tanta gente che oggi sogna i semivuoti negozietti Exquisit e Delikat, quando barattava merce proibita con gli odiati cugini capitalisti.

Roberto Codebò

L'autore

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