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La Strage di Bologna: quarant’anni di un tragico e solito mistero all’italiana


Vi sono casi nei quali la rievocazione storico/politica si sovrappone inestricabilmente con il ricordo e con le emozioni personali del cronista. Conviene allora evitare uno sforzo d’astrazione che sarebbe comunque vano, scusarsi una volta per tutte coi lettori e consegnare a questi ultimi un incipit autenticamente autobiografico, dal quale – spero – affiori poi ciò che i lettori stessi s’aspettano. Obbligatorio, in casi simili, l’uso della prima persona singolare.

Quando mia madre terminava le scuole nel torinese, partiva sempre in treno per le vacanze sul suo Appennino Tosco/Emiliano. Obbligatoria la sosta alla stazione di Bologna, che per la cronaca avveniva nel cuore della notte in un’epoca – era la prima metà degli anni Sessanta – in cui una o due ragazze sole potevano non aver paura a trascorrere tre o quattro ore nella sala d’attesa. Chissà se quella ragazzina che poi divenne la mia mamma, nel tentativo inconscio e irrazionale di sentirsi più sicura, andava a mettersi proprio nell’angolo della sala d’attesa più vicino al treno che stava aspettando, in partenza come sempre dal piazzale Ovest raggiungibile o direttamente dal marciapiede, oppure scendendo la scaletta che – ora come allora – si inabissa proprio davanti alla vetrata. Proprio in quell’angolo, oggi, uno spicchio di pavimento isolato dalla ricostruzione dell’intera ala del fabbricato viaggiatori si propone di mostrare i segni del cratere scavato dalla bomba. Così come l’onda della diga del Vajont si propagò non solo verso valle ma anche verso monte, l’onda d’urto di una bomba si propaga anche verso il centro della Terra. Rispetto a un edificio sventrato, forse l’immagine di quel cratere è ancora più adatta a lumeggiare la potenza distruttrice dell’ordigno.

“Hai visto che botto a Bologna?”, avrebbe detto Giusva Fioravanti a Massimo Sparti il 4 agosto 1980. Ex attore televisivo – famosa una sua recitazione accanto a Edwige Fenech – Fioravanti è stato condannato insieme con Francesca Mambro e Luigi Ciavardini quale esecutore materiale della strage. Per la cronaca, nelle stragi italiane non succede praticamente mai, ma anche tale verità giudizialmente accertata in via definitiva non nutre la morbosa curiosità popolare sulla vera faccia del “mostro” che entra in stazione con la valigetta imbottita di esplosivo (23 kg di una miscela di tritolo e nitroglicerina), la deposita nel luogo stabilito e si allontana alla chetichella. In questo caso, non c’è nemmeno la testimonianza del taxista che avrebbe trasportato il personaggio all’andata con valigetta e al ritorno senza, come sarebbe invece avvenuto con Pietro Valpreda – secondo una tesi poi smontata – in occasione della strage di piazza Fontana. Di certo, una bomba posizionata in quel modo obbediva al più lucido e selvaggio disegno criminale: sala d’attesa di seconda classe il mattino di sabato 2 agosto. La lucida e selvaggia volontà di mietere più vittime possibile, così come quando si mettono le bombe sui treni facendole esplodere nelle gallerie (i terroristi non vi riuscirono per poco nel 1974 sull’Italicus, e fecero invece orrendamente “centro” dieci anni dopo in occasione della “Strage di Natale”).

La volontà dei terroristi fu tragicamente esaudita. La strage di Bologna resta infatti il più grave attentato nella storia dell’Italia repubblicana, in virtù delle sue 85 vittime. “Vittime del terrorismo fascista”, recita la lapide che le elenca – con tanto di età di ognuno – nel luogo dell’esplosione, in omaggio alla sicura affiliazione politica dei tre esecutori materiali (tutti appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari) nonché alla solida tradizione antifascista felsinea. Come sempre, sulla natura autenticamente ed esclusivamente fascista della strage non si finirà mai di discutere.

“Strategia della tensione”. Nella storia dell’Italia repubblicana, l’espressione è inflazionata quasi come “convergenze parallele” e, al pari di quest’ultima, può significare tutto e il contrario di tutto. In un’accezione decentemente approfondita e obiettiva, significa che simili azioni terroristiche fossero orchestrate dallo stato per alimentare una destabilizzazione dal basso che giustificasse una svolta autoritaria “alla greca”, come allora si diceva alludendo al Regime dei Colonnelli insediatosi ad Atene nel 1967. Se lo scopo era questo, il fatto che il terrorismo apparisse come rosso oppure come nero obbediva a una sorta di occulto Manuale Cencelli: sotto sotto, la sostanza era sempre la stessa. Ed ecco, nella solita italianissima sequela di processi, l’ultimo dei quali addirittura quest’anno, apparire covi dei NAR condivisi o quasi dalle Brigate Rosse (anche se ovviamente non nel medesimo periodo), e altre chicche del genere. Storie e storielle coronate dalla condanna di Licio Gelli come mandante, e da tutta la solita serie di ramificazioni variamente complottistiche a colpi di decine di migliaia di pagine di atti processuali.


Il 2 agosto 1980, Sandro Pertini si trovava da pochi giorni in vacanza in Val Gardena. Accorse come da suo stile in elicottero. Un autobus della linea 37 divenne una gigantesca ambulanza, e divenne icona della strage quasi come la foto della ragazza trasportata di corsa in barella, pubblicata da tutti i giornali in un’epoca in cui le immagini erano poche e profonde. Oggi come quarant’anni fa, i taxi fanno il giro di tre lati di Piazza Medaglie d’Oro passando davanti alle tre ali della stazione: una centrale più alta, due laterali simmetriche. Nella ricostruzione quella simmetria è stata per grande parte recuperata, ma certe cose non tornano mai come prima.

Roberto Codebò

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