L’avv. Fulvio Croce: quarant’anni fa, vittima di BR e anni di piombo

Posted On 27 Apr 2017

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Sono passati quarant’anni da quando l’avv. Fulvio Croce cadde sotto i colpi delle Brigate Rosse, pagando con la vita il suo ruolo di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino e le conseguenze che ciò gli comportò nel quadro del processo ai capi storici delle Brigate Rosse. Nel presente ricordo non soltanto il personaggio e la vicenda, bensì anche il ritratto di una Torino assediata e ferita da un terrorismo che, contrariamente a oggi, era all’epoca fenomeno tipicamente politico e nazionale. Un ritratto ritracciato in questi giorni dalla mostra allestita presso il Palazzo di Giustizia di Torino a cura degli avv. Paolo Davico Bonino e Alessandro Melano.

“…Affrontò consapevole morte”. Con queste parole si conclude il ricordo contenuto nella targa che l’Ordine degli Avvocati di Torino dedicò a Fulvio Croce, e che oggi, nel nuovo Palazzo di Giustizia, fa mostra di sé in Aula Magna. Assai consapevole doveva in effetti essere Croce del destino che lo attendeva, dopo la sua nomina a difensore d’ufficio dei capi storici delle Brigate Rosse.

Il processo al nucleo storico delle BR si era aperto lunedì 17 maggio 1976. Il giorno prima, mezza città aveva fatto festa: il Torino di Graziani e Pulici si era laureato campione d’Italia. Ma i momenti di festa erano rari, in una città che, reduce dal tumultuoso sviluppo industriale del ventennio precedente, viveva stretta nell’assedio strisciante e quotidiano degli agguati a colpi d’arma da fuoco ai danni di sindacalisti, dirigenti d’azienda, giornalisti, politici. Negli anni in cui buona parte della sinistra si era sganciata dalla linea ufficiale del PCI dando vita al c.d. extraparlamentarismo, le ali più accese si erano apertamente votate alla lotta armata. Di esse, le Brigate Rosse rappresentavano la punta estrema.

Fondate da Renato Curcio e Renato Franceschini, ponte ideologico tra le università e le fabbriche, le BR nel 1976 avevano già fatto molto parlare di sé. Dai sequestri finalizzati ad autofinanziarsi coi riscatti erano già passati ai rapimenti “politci”, con in testa il sequestro del giudice Mario Sossi nel 1974. Nel quadro invece delle azioni a scopo economico, nel 1975 un violento scontro a fuoco in una cascina della zona di Acqui Terme aveva portato all’uccisione di Margherita “Mara” Cagol, moglie di Renato Curcio. Quest’ultimo, nei mesi precedenti, era stato arrestato per la prima volta ed era poi clamorosamente evaso dal carcere di Casale Monferrato. E, proprio pochi giorni dopo l’inizio del processo torinese, a Genova cadevano sotto i colpi delle BR il Procuratore della Repubblica Francesco Coco e i due uomini della sua scorta.

In questo scenario, le BR contestualizzavano la lotta armata in un vero e proprio disconoscimento dello Stato. Di esso quindi non soltanto violavano le leggi, ma negavano la vera e propria soggettività e dunque anche la potestà di sottoporre le BR stesse a processo. Di qui il sistematico sabotaggio in radicibus del dibattimento iniziato il 17 maggio 1976, che si concretò prima nel non nominare difensori di fiducia, poi nel ricusare i difensori d’ufficio conseguentemetne assegnati. Questi ultimi, prima di essere ricusati, non ebbero del resto certo vita facile, minacciati com’erano di morte dai loro stessi assistiti…

Per ovviare a tale situazione, qualcuno spinse per il diritto all’autodifesa. Prevalse invece una discussa norma del Codice del Procedura Penale vigente a quei tempi, secondo la quale, in difetto di altri difensori d’ufficio, tale ruolo doveva essere assunto dal Presidente dell’Ordine degli Avvocati: Fulvio Croce, per l’appunto.

Nonostante fosse un civilista, e nonostante tale nomina suonasse di fatto come una condanna a morte, Croce non si tirò indietro. Si circondò di un collegio di collaboratori, ricordando a tutti che il loro – e suo – dovere era “gravoso”, ma indispensabile. Nel primo pomeriggio del 28 aprile 1977, un commando BR lo attese fuori dal suo studio di via Ettore Perrone, dove Croce sempre alla stessa ora rientrava dopo aver pranzato nella sua casa in collina. Croce parcheggiò nel cortile: lo freddarono nell’androne sotto gli occhi delle segretarie; rotolò contro una delle bocce di pietra che, nelle case torinesi d’epoca, restringono i passi carrai. Il giorno dopo, una massa mai vista di colleghi intasò la sede dell’Ordine per aggiungere il proprio nome al necrologio.

Il processo alle BR continuò tra mille ostacoli, con i giudici popolari sorteggiati che producevano certificati medici per “sindrome ansioso-depressiva” (“La traduzione clinica della paura”, commentò anni dopo Gian Carlo Caselli). Dopo varie interruzioni, il dibattimento riprese il 9 marzo 1978. Pochi giorni dopo, Renato Curcio rivendicherà in aula il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della scorta. La lotta alla BR sarebbe durata ancora diversi anni. I relativi processi, quasi fino ai giorni nostri.

Roberto Codebò

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