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Leggendo il romanzo al contrario, tra il colmo della peste e il forno delle grucce


“Una notte, verso la fine di agosto, proprio nel colmo della peste…”. Ai tempi di Lisander non si parlava di picco, ma il concetto era ovviamente sempre quello. Nel 2020 siamo soltanto a fine marzo, e ci si domanda se il picco in questione sia passato, mentre appare ancora lontano l’equivalente funzionale del celebre acquazzone manzoniano, che portò via il contagio. La pioggerella di questi giorni, purtroppo, non pare sufficiente allo scopo.

Così, siamo entrati in un’attitudine simile a quella del ciclista che, terminata la salita più dura verso un impegnativo colle mai percorso prima, si trovi ora impegnato in una nervosa alternanza di strappetti, falsi piani e discesine, nel quadro di un gibboso pianoro dal quale il ciclista stesso non riesce ancora a intravvedere il cartello con il punto di massima altitudine, né tantomeno la successiva discesa. Con il timore che si tratti di uno di quei piccoli altipiani così frequenti sulle nostre montagne, spesso segnati dalla partenza di una funivia o dalla presenza di un grosso albergo, separati dal vero picco per mezzo di un’ulteriore salita, magari non molto lunga, però piuttosto ripida e dunque ardua e beffarda per chi credeva che i più aspri pendii fossero ormai alle spalle.

In attesa di poter vedere un po’ più avanti a noi, sono purtroppo altre le pagine dei Promessi Sposi che rischiano di venire d’attualità (si fa per dire: ché il capolavoro manzoniano è sempre e comunque d’attualità). Vicende che nel romanzo vengono prima della peste, e che invece qui rischiano di venir dopo, traduzione del disagio che nasce da questa prolungata chiusura di molte attività commerciali, terribile sottrazione di reddito in epoca di economia non certo effervescente.

«Nella strada chiamata la Corsia de’ Servi, c’era, e c’è tuttavia un forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche, che l’alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono». A questo punto mi domando in che modo Lisander commenterebbe la pronuncia di Carrefour, Leroy Merlin o McDonald’s, ma è – come sempre – più che sufficiente la storia del suo prestin de scansc per illustrare ciò che rischia di accadere anche al giorno d’oggi. Si comincia a parlare di assalti ai supermercati e di altri reati figli anche della strumentalizzazione delle odierne contingenze da parte della criminalità organizzata. Dietro il problema di ordine pubblico, il ben più vasto e sostanziale problema del mancato reddito in capo a chi, già di solito, fa fatica a stare a galla.

In virtù del caratteristico shift mediatico dai primi clamori a una sorta di stabilizzazione del fenomeno, nel momento in cui il bollettino delle 18 della Protezione Civile incomincia a fare oggetto di assuefazione l’attenzione si sposta proprio verso i fattori economico-sociali, dei quali il governo dovrà necessariamente tener conto onde evitare che – secondo la classica espressione un po’ forte – si muoia più di fame che di Coronavirus. Siamo proprio nel colmo della peste (o forse appena dopo) e, nel quadro di questa lettura a rovescio del romanzo, l’assalto al forno della grucce non è ancora cominciato. Adelante con juicio, verrebbe da dire a un esecutivo che ora dovrà traghettare il Paese dall’urgenza alla stabilizzazione.

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