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Libano: glorie romane tra ferite che bruciano

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Beirut, 30 dicembre

La Valle di Bekaa sorge tra la prima e la seconda linea montuosa che corrono parallele alla costa. Da Beirut è dunque necessario scollinare una volta, portandosi ad altezze che in questo periodo sono da neve, molto temuta dal nostro autista. Fuori dal sito della città omayyade di Aanjar, una signora sulla settantina vende souvenir in un minuscolo chiosco esprimendosi piuttosto bene in inglese, lingua ormai più utilizzata del pur ancora ufficiale francese. Vicenda del resto parallela a quella del dollaro, che da questi parti è trattato a cambio fisso e come valuta corrente: in altre parole, a noi stranieri si fa prima il prezzo il dollari – spesso prima pietra di una lunga contrattazione -, poi eventualmente in lire libanesi. Gli omayyadi furono la prima dinastia islamica da queste parti, la prima puntata di quello tsunami etnico-religioso che travolse Mediterraneo Orientale, Africa Mediterranea e Spagna. Ma le rovine di Aanjar fotografano un Islam ancora lontano dalle glorie architettoniche dei secoli seguenti, tipo Alhambra di Granada per intenderci: qui, le forme sono ancora quelle bizantineggianti, a ricucire uno strappo in realtà mai avvenuto tra Roma e Maometto.

La strada che risale la valle di Bekaa verso Baalbek si avvicina sempre pù al confine con la Siria. Più che i segnali stradali qualche volta soltanto in arabo, la distanza decrescente dalla vicina Damasco (che dista soli 85 km da Beirut) è rimarcata dalla crescente quantità di tendopoli che orlano la nostra strada. Di pari passo crescono i checkpoint, invariabilmente sistemati a mo’ di installazione fissa in legno vistosamente dipinta a strisce bianche e rosse. Eredità di quindici anni di guerra civile, di distruzioni profonde nell’architettura e nell’anima della Svizzera del Medio Oriente. Oggi, i poliziotti alzano stancamente lo sguardo verso il nostro bus e, tra un mitra e una sigaretta, fanno segno di proseguire. Obbligatoria prudenza è però avere sempre con sé il passaporto, in mezzo a tendopoli sempre più vaste e sempre meno rade. La guerra civile siriana colpisce di riflesso un Paese che con fatica si è risollevato dalla propria; non è stavolta direttamente toccato, ma basta volte l’assimilazione psicologica con il Paese accanto per deprimere un flusso turistico fondamentale, per uno stato che importa di tutto ma non esporta nulla.

“Tempio romano di Baalbek”. Al vostro cronista-viaggiatore tornano in mente le ormai ultratrentennali memorie dei primi anni del liceo. Il mio professore di disegno faceva disegnare le stesse cose a tutti da almeno quarant’anni: il tempio di Baalbek – che per me a quell’epoca doveva essere in Libia, o giù di lì – era uno dei suoi soggetti preferiti, e per disegnarlo occorreva scegliere all’interno di un complesso algoritmo di tecniche e relativi criteri di votazione che, a pensarci, mi fa ridere ancora adesso (l’importante, alla fine, era fare il disegno “bel pulito”). Ricordi che fanno da bizzarro contrappunto alla maestosità delle grandezze di Roma antica, che ancor di più brillano quando si è così lontani dalle rive del Tevere. Secondo i locali il tempio di Giove è il più grande del suo genere; ma, indipentemente da ciò, l’enorme suggestione del luogo è smorzata soltanto dal vento gelido che soffia dalle cime innevate, nonché dagli estenuanti venditori di souvenir, che tutt’intorno non si rassegnano a venderti solo quello che hai chiesto e insistono per infilarti qualcos’altro in strani sacchetti della spazzatura con i manici. In mezzo a queste rovine ha cantato Shakira, colombiana di nascita ma libanese da parte di padre. Lascio immaginare la mia particolarissima suggestione a chi, tra i miei venti lettori, conosca le passioni danzanti del vostro cronista-viaggiatore.

Dal municipio di Beirut, si scende verso il mare attraverso la via Al Lenbi, con alle spalle la grande moschea Al Omar e la piazza Nijmeh, francesemente chiamata, per la sua forma, Place de l’Etoile. La ricostruzione rapida dei palazzi del centro – proprio lì, a poche centinaia di metri dalla ex Linea Verde – ricorda il recupero architettonico dei centri storici dell’Europa Orientale dopo la caduta del Muro; ma le ferite in questo caso sono più profonde e più dure a morire. Ogni qualche palazzo, i fori dei proiettili rivelano e raccontano silenziosamente quei tre lustri di tragedia urbana. In mezzo a nuovi giganteschi multisala, la sagoma panciuta di uno dei vecchi cinema della città troneggia ancora sventrata e annerita, in mezzo a erbacce non ancora tagliate. Le banche ad ogni angolo ci ricordano che il Libano è di nuovo la Svizzera del Medio Oriente; la gente ora passeggia allegra sulla lunga Corniche che dal centro porta verso sud, partendo da una marina in cui sono ormeggiati yacht degni di Montecarlo. Ma quei fori di proiettile, da dietro le luci di Natale, in silenzio urlano i rumori di una tragedia che ha lasciato segni profondi.

Roberto Codebò
(1-continua)

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