Luna: appunti di cronista qua e là nel tempo e nello spazio

Posted On 19 Lug 2019

Qualcuno ritiene ancora che non sia successo nulla, di tutto ciò di cui in questi giorni si celebra il cinquantesimo anniversario. In tempi di GPS sui cellulari, del resto, può sembrare strano che l’uomo sia andato sulla Luna con un supporto informatico di potenza inferiore a quello di un vecchio Commodore 64… Difficile non condividere una simile sensazione, quando nel 2010 appoggiavo le mani sui banchi della Apollo Mission Control Room di Houston, approfittando dello spazio lasciato libero dall’assenza delle tastiere tipo PC… Ma la medesima domanda – come si potesse un tempo fare certe cose senza la tecnologia di oggi – andrebbe ripetuta mille volte per altrettante puntate dell’avventura umana. Di certo – parola di JFK – si era deciso di andare sulla Luna entro la fine degli anni Sessanta non perché fosse facile, ma perché era difficile.

Tutto cominciò – se così si può dire – durante la Seconda Guerra Mondiale, quando gli scienziati tedeschi per primi svilupparono il concetto di missile con traiettoria suborbitale, attuato a scopi bellici per mezzo delle celebri V2. Finita la guerra, mentre si spartivano la Germania debellata, Stati Uniti e Unione Sovietica si spartirono accuratamente i suoi scienziati, attraverso una sorta di versione aerospaziale del Manuale Cencelli che garantì alle due Superpotenze una sorta di par condicio nella ambitissima appendice spaziale della Guerra Fredda. Per vero, alla faccia della par condicio i sovietici presero subito il largo, precedendo gli americani una lunga di serie di primati in rapida successione, inviando per primi nello spazio il primo satellite artificiale (lo Sputnik), il primo essere vivente (la cagnetta Laika), il primo uomo (Yuri Gagarin) e persino la prima donna (Valentina Tereshkova).

Ammantata dall’affascinante mistero d’Oltrecortina, simile a quello degli invincibili atleti sovietici alle Olimpiadi, tale supremazia sembrava, a metà degli anni sessanta, inarrivabile agli americani. I quali oltretutto nel gennaio 1967 incassarono il grave colpo della morte di Virgil Grissom, Ed White e Roger Chaffee, bruciati vivi durante una delle prime prove di lancio nel quadro della missione Apollo. Poi, nel dicembre 1968, l’Apollo 8, il cui cinquantesimo anniversario non a caso ha animato gli ambienti NASA poco meno di quel che accade in questi giorni. Per la prima volta, tre uomini fino alla Luna, con modalità incredibilmente intuite un secolo prima da Jule Verne nel suo romanzo “Dalla Terra alla luna”. Di lì in poi, era solo questione di mesi…

Nello Smithsonian Air and Space Museum di Washington, l’amplissima sezione dedicata alle imprese spaziali sta quasi di fronte al padiglione dedicato ai Fratelli Wright, senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile. Esposizione – quella che tratta di Armstrong & C. – monumentale nei reperti – tra cui un bellissimo LEM intatto – ma molto spezzettata e anfrattuosa nella descrizione dettagliata delle missioni spaziali. In uno dei tanti angolini, l’elenco delle stazioni ricetrasmittenti cui erano affidate le comunicazioni con l’equipaggio della missione: da Madrid a Guam All’Asia, passando per numerose navi sparse per gli oceani, in maniera tale che, mentre la Terra girava su se stessa, qualcuno fosse sempre rivolto verso gli astronauti in viaggio per la Luna. Tra i mille aspetti, uno di quelli che più mi hanno sempre colpito a dipingere l’immane sforzo necessario per mandare l’uomo sulla Luna. Nonché – come JFK stesso sottolineava – per farlo anche ritornare sano e salvo: perché in fondo la manovra più rischiosa non era certo all’andata. Quando il LEM risaliva dalla Luna, doveva incontrarsi con modulo di servizio e comando con una manovra così azzardata che la NASA sentì il dovere di riprovarla una volta in orbita terrestre, con l’Apollo 9, dopo che – come visto – si era già arrivati fino intorno alla Luna con l’Apollo 8 (ma senza quella manovra) e prima della prova generale dell’Apollo 10.

Dopodiché – lo sapete tutti – undici fu il numero fortunato. Partì, come i suoi apripista, dalla rampa di lancio numero 39 del John Fitgerald Kennedy Space Center, a 120 miglia – e alla medesima latitudine!!! – di Tampa, da dove Verne aveva fatto lanciare il suo proiettile immaginario ma non troppo. La rampa 39 dista non poco dal Visitors Center: per vederla, occorre percorrere svariate miglia nel quadro della visita guidata pomeridiana. Scrivendo da là lo scorso febbraio, notavo che ormai quella rampa è stata ceduta a una compagnia privata, che per i suoi usi ha spazzato via l’ultimo tratto del sentierone ghiaioso sul quale il gigantesco trasportatore cingolato portava il Saturno V a destinazione dal Vehicle Assembly Building. Insieme al sentierone, è stato praticamente spazzato via anche il programma spaziale americano, oggi sospeso tra lo Space Shuttle che non c’è più è l’Orion che non c’è ancora. In fondo, però, non fa nulla: ghiaia o non ghiaia, l’orma di quel piccolo passo di Neil Armstrong resterà sempre incancellabile.

Roberto Codebò

L'autore

Altri articoli

Lascia un commento