Madre Teresa, Pavarotti, Lady D: varietà di personaggi uniti nella ricorrenza

Posted On 31 Ago 2017

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La bizzarria della storia li aveva fatti nascere quasi esattamente a un quarto di secolo di distanza l’uno dell’altro: 23 agosto 1910, 12 ottobre 1935, 1 luglio 1961. E la medesima bizzarria li ha fatti morire in date delle quali, nel giro di pochissimi giorni, cadono oggi due ventesimi e un decimo anniversario: 5 settembre 1997, 6 settembre 2007, 31 agosto 1997. Curioso filo conduttore che unisce tre personaggi indubbiamente piuttosto diversi tra loro, dei quali – in rigoroso ordine di nascita – offriamo qui di seguito il nostro ricordo. Ne nasce un articolo un po’ lungo, che per i miei venti lettori sarà pur sempre minor supplizio che non tre distinti articoli…

Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Se avesse voluto diventare famosa come attrice, avrebbe sicuramente dovuto cercarsi uno pseudonimo. Avendo scelto di farsi suora, il… “nome d’arte” – secondo un’usanza oggi non più in voga – venne da sé. Nacque a Skopje, oggi capitale della Macedonia che all’epoca faceva parte di un Impero Ottomano ormai agonizzante. Famiglia benestante, a sfatare certi luoghi comuni sulle origini necessariamente umili di certi personaggi. Le foto dei suoi genitori fan mostra di sé nel museo allestito nel centro di Skopje, da dove la memoria di Madre Teresa tallona un certo Alessandro nel tentativo di essere la seconda macedone – ma di etnia albanese – più famosa della storia. Immancabile il fez sulla testa del padre, a testimonianza dell’appartenenza sociale di cui sopra; poco distante dalle foto, il certificato di battesimo della piccola Anjezë redatto in lingua croata, in nome di quel mélange balcanico foriero di tutti i problemi che sapete. Le foto con Giovanni Paolo II mostrano l’inconfondibile piglio di lei, il quale sembra ricordarci che divenire santi bisognerà anche essere pii, ma ci vogliono soprattutto molti peli sullo stomaco. Santa, ma anche Nobel per la Pace: virtù insomma riconosciute iure humano atque iure divino . Nata cattolica in territorio musulmano, per la sua opera scelse le isolette cristiane nell’oceano indù. A Calcutta, il suo sepolcro si erge al centro di quella che sembra una saletta parrocchiale di periferia. Diciassette anni dopo la mia visita, è ancora vivo il ricordo di quella fedele in estasi ai piedi del sepolcro stesso. Attitudine in fondo non troppo lontana da quella dei potenti della Terra che uno dopo l’altro le resero omaggio al funerale, capeggiati da una Sonia piemontese trapiantata in India…

“Mamma, solo per te la mia canzone vola…”. Non portano la firma di un illustre compositore di opere liriche, le prime note che istintivamente associo alla voce di Luciano Pavarotti. Certo, per decenni re del registro tenorile in amicale concorrenza e combutta con José Carreras e Plácido Domingo, al punto da rendere l’espressione “i tre tenori” popolare e proverbiale; ma anche ineditamente capace di vivere e vendere la fama così acquisita in modi che all’establishment lirico – e non solo – facevano storcere decisamente il naso. Vendere, ma anche donare: nella sua Modena, per anni si esibì nel celebre evento Pavarotti & Friends duettando con Zucchero, con le Spice Girls e con tutta un’altra serie di variegatissimi personaggi, fino a duetti ampiamente annunciati e teorizzati con Michael Jackson, sui quali la mia imparzialità potrebbe vacillare visto che Pavarotti era nato il 12 ottobre come me e di Michael Jackson – ehm…. – sapete tutto… Nel frattempo, Pavarotti stesso aveva inciso la compilation “Mamma”, nella quale interpretava non soltanto la citata canzone omonima, ma una serie di altre arie e melodie dell’italica tradizione, da “Vento” a “Chitarra Romana” passando per “Firenze Sogna”. Su un altro fronte, compariva vestito da hawaiano nella pubblità di una banca, ma non dimenticava di incantare i palcoscenici di tutto il mondo facendo il suo originario mestiere di tenore. Fin quando le crescenti stecche a scena aperta non rivelarono inesorabilmente la malattia che lo stava consumando, e che se lo portò via poco prima del suo settantaduesimo compleanno. Una delle voci più auliche ed insieme popolari che – come direbbe De André – ormai cantano nel vento senza bisogno né di CD, né di MP3.

“And it seems to me you lived your life like a candle in the wind”(1). Non canta ancora per fortuna nel vento – “in the wind”, per l’appunto – la voce di sir Reginald Kenneth Dwight, in arte Elton John, fresco settantenne che giusto vent’anni fa si affrettò a riscrivere la canzone che nel 1973 aveva dedicato a Marilyn Monroe. Questa volta, parlava di Lady Diana Spencer, principessa di Galles ma non più altezza reale in nome di un grottesco compromesso raggiunto dopo il suo divorzio dal principe Carlo, che aveva sposato nel 1981 dando alla luce l’anno successivo il principe William (“Complimenti alla mamma!”, esclamerebbero qui molte donne in giro per il mondo, che sarebbero ben liete di far ingelosire Kate…), seguito nel 1984 dal principe Harry. Carlo e Diana si sposarono il 29 luglio 1981 non – com’è tradizione – nell’abbazia di Westmister, bensì nella Saint Paul’s Cathedral, i cui enormi spazi garantivano quel respiro mediatico che a quell’epoca era concetto embrionale e non si chiamava ancora così. Diana, che aveva compiuto vent’anni quattro settimane prima, sembrava una grossa bambina impacchettata in un’ancor più grande meringa trainante un misurato strascico. Doveva ancora togliersi di dosso l’etichetta della giovane imbranata: le ferree cure della Regina Madre – non a caso quarant’anni prima definita “la donna più pericolosa d’Europa” nientemeno che Adolf Hitler – iniziavano a produrre i loro effetti. Cosicché anni dopo, forte di un nuovo splendido taglio di capelli, dopo il divorzio da Carlo seppe calamitare su di sé la partisannerie del popolo di Sua Maestà, che simpatizzò per lei più che per l’austero erede al trono, anche grazie alla di lei bravura nella non difficile impresa di essere più bella di Camilla Parker Bowles… Quando l’auto su cui viaggiava con Dodi Al Fayed si schiantò a Parigi nel tunnel dell’Alma, quest’ultimo divenne immediatamente il santuario d’una spontanea devozione popolare, e l’ondata di commozione globale fu sincera e stupefacente. Ancora oggi, chi passeggiando nel centro di Londra pesta le “teste di chiodo” che marcano la Lady Diana Memorial Walk (vale a dire il percorso del ciclopico funerale) risente echeggiare le note di quel Candle in the Wind 2.0, in quell’abbazia di Westminster in cui Lady Diana Spencer dovette entrar cadavere ad appena trentasei anni, quasi a lavare l’onta di non esservisi sposata.

Roberto Codebò

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(1) “E a me sembrava che tu vivessi la tua vita come una candela nel vento”

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