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Marinai-contadini dove tre Paesi si baciano

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Lampang (Thailandia), 5 novembre

L’aeroporto di Luang Prabang lascia del Laos un’immagine in sintonia con i ricordi della golden age dell’aviazione: attorno alla piccola e romantica – pur se molto moderna – aerostazione, il personale opera senza sigillare i gate: sensazione che ormai si può provare quasi solo nella provincia profonda del pianeta. E sensazione destinata a svanire subito l’atterraggio a Chiang Mai, Thailandia: più auto nel parcheggio dell’aeroporto che in tutto il Laos, o giù di lì… La città dà il senso di come le tigri asiatiche ruggiscano anche in provincia, ovviamente senza rinunciare ai miagolii dei gatti che troneggiano sui gradini di gallerie commerciali punteggiate di vecchie bancarelle, in mezzo alle quali le nuovi luci dei giganteschi centri commerciali riescono persino a giocare a nascondino.

Da Chiang Mai a Chiang Rai: insomma come viaggiare da Legnano a Legnago, o da Cortona a Cortina. Giochi di lettere a parte, dal punto di vista morfologico calza sicuramente meglio questo secondo paragone, in quanto la strada va indubbiamente verso l’alto sia in quanto ad altitudine, sia in quanto a latitudine. Due corsie per ogni senso di marcia per ampi tratti, e per il resto ampi cantieri che costringono il nostro pullman a velocità bassissime e qualche balzellone, proiettato però verso il futuro. Sulle strade, la tradizione asiatica è peraltro più che mai dura a morire, con ragazzi e i pochi vecchietti di un Paese molto giovane che se ne infischiano di una segnaletica di evidente ispirazione americana, tagliando proditoriamente la strada a mezzi ben più pesanti e mettendo a repentaglio non solo la propria incolumità, ma anche quella di un numero di passeggeri variabile da uno a tre (e comunque sempre maggiore del numero dei relativi caschi…).

Il tempio bianco di Chiang Rai avrebbe tutte le carte in regola per essere classificato come plasticosa ed artificiale attrazione turistica progettata per essere raffigurata su una scatola di Lego. Se così è, bisogna riconoscere che l’operazione è riuscita benissimo, perché il sito è indubbiamente carico di un fascino intenso. A ricordare che non siamo nel solco tracciato da Siddharta, una distesa scultorea di mani idealmente tese dagli inferi, punteggiate di qualche teschio, quasi come in certe allegorie tridimensionali della Shoah. Il tutto frutto di un eccentrico architetto molto contemporaneo; frutto capace di far germogliare tutt’attorno una piccola e non troppo invasiva cittadella dello shopping. Sulle strade circostanti, i teschi di cui sopra troneggiano addirittura sui coni spartitraffico…

Punto eutettico: punto che, nel diagramma di stato di una soluzione, indica i valori di temperatura e concentrazione in prossimità dei quali la soluzione stessa è stabile in tutti e tre gli stati di aggregazione (solido, liquido, gassoso). No, il vostro cronista-viaggiatore non è definitivamente impazzito; il fatto è che, per me, il punto eutettico è sempre stato (anche) quello in cui si toccano tre Paesi: in questo caso, al Triangolo d’Oro, Thailandia, Laos e Birmania. Poiché i relativi confini sono segnati dal Mekong e da un suo affluente di destra, è d’uopo la gitarella transfrontaliera in barca, la quale usufruisce di un regime di diritto internazionale che pare uscito da Totò: si lasciano i passaporti in un ufficetto locale, dove, mentre vendono banane e souvenir, fotocopiano i passaporti stessi e poi se li tengono lì mentre la comitiva parte in barca e può, a quel punto, spaziare nell’intero specchio d’acqua infischiandosene delle linee di confine ma senza poter approdare né sulla sponda laotiana, né su quella birmana. Si noti che un membro del nostro gruppo, avendo lasciato il passaporto sul pullman, omette di depositarlo come sopra e si gode parimenti il giretto in questione, a parte i soliti affettuosi alterchi con la consorte. Confini che vai, usanza che trovi; e trovi anche gigantesche chiatte cinesi che, direttamente dall’alto corso del Mekong, travolgono l’Indocina col loro commercio ruggente. Dai ponti della nave rigurgitano vasi di piante portate lì da contadini divenuti marinai: in mezzo a queste tigri, ci sarà sempre qualche gatto che miagola.

Roberto Codebò
(2- continua)

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