
Il Monviso caso emblematico dell’instabilità in quota e della sofferenza dei ghiacciai I tre principali alert arrivano dal ghiacciaio del Coolidge, quasi estinto e declassato a glacionevato e non più misurabile, dai crolli della sua parete nordest, e dal fiume Po, che nasce ai piedi di questa montagna e oggi in forte sofferenza.
La sofferenza dello scioglimento dei ghiacciai del Monviso
La crisi climatica lascia il segno anche sul Monviso, caso emblematico dell’instabilità in quota e della sofferenza dei ghiacciai. Tre alert rossi sintetizzano bene quanto sta accadendo sul Re di Pietra sopra i 3mila metri ma anche a valle: 1) il ghiacciaio del Coolidge quasi estinto, ormai declassato a glacionevato e non più misurabile, 2) la parete nord est del Monviso soggetta a frequenti crolli, e 3) la sofferenza del fiume Po, che nasce ai piedi di questa montagna, a quota 2000 a simboleggiare come montagna e pianura siano accomunate dallo stesso destino.
In particolate stando agli ultimi dati disponibili di Arpa Piemonte (dati 2022), il Coolidge Superiore è costituito da due ripide placche di ghiaccio indipendenti che coprono una superficie di circa 3.500/4.000 m2 in un caso e di circa 9.500/10.000 m2 nell’altro; lo spessore è difficile da valutare ma non sembra superiore a 4-5 metri. Per quanto riguarda il Coolidge inferiore, la superficie un tempo occupata da questo ghiacciaio è quasi completamente ricoperta da detriti rocciosi; solo nella zona sommitale affiorano piccoli lembi di ghiaccio.
In quota preoccupa poi l’aumento di frane e crolli, la degradazione del permafrost e la conseguente instabilità delle pareti rocciose. Particolare attenzione va posta alla parete nord est del Monviso, una delle grandi pareti delle Alpi: con circa 1.200 metri di dislivello in rocce fratturate offre una notevole energia di rilievo per l’attivazione di frane in alta quota. Il crollo del 1° settembre non è un caso isolato. Nel corso degli ultimi 36 anni sono stati diversi i crolli in questa area montana. Tra i casi simbolo, il crollo del ghiacciaio Coolidge superiore che la notte del 6 luglio 1989 è venuto giù portando con sé 200.000 metri cubi di ghiaccio, rocce e detriti. Altro crollo simbolo, quello del 26 dicembre 2019 della parete nord est del Monviso verificatosi alla sommità del Torrione del Sucai, indicativamente alla quota di 3200 m s.l.m, con 60.000/80.000 m3 di roccia crollata con massi di grandi dimensioni tra i 200 e 500 m3. I crolli che si sono verificati negli anni hanno portato alla chiusura temporanea del classico sentiero per il rifugio Quintino Sella.
“I dati scientifici – dichiara Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italia e docente dell’Università di Torino – ci dimostrano che in alta quota non vi sono solo rischi ma si possono trovare anche importanti risorse nell’ambiente glaciale e periglaciale. Il lago Chiaretto, importante risorsa idrica, ma la stessa cosa si può dire dei rockglaciers, ci testimoniano come l’alta montagna riceve acqua in profondità, la contiene e la potrà rilasciare quando i ghiacciai saranno scomparsi. Il messaggio che portiamo è di speranza e di attenzione per la montagna, la pianura e la comunità”.