
“How can I save my little boy from Oppenheimer’s deadly toy?”. Era il 1985, quando Sting – cantando Russians – si domandava come avrebbe potuto salvare il suo ragazzino dal giocattolo mortale di Oppenheimer. Il genio cristallino del cantautore britannico giocava su una sorta di omonimia: “Little Boy” era infatti il soprannome della bomba atomica sganciata su Hiroshima, così chiamata in contrapposizione a Fat Boy, il “ragazzo cicciottello” destinato – come vedremo prossimamente – a Nagasaki (le due bombe, l’una all’uranio e l’altra al plutonio, avevano fisionomie nettamente diverse). Nel novembre del 1985, quando uscì Russians di Sting, Michail Gorbacëv era appena salito al potere; presidente degli Stati Uniti era Ronald Reagan; si era – in altre parole – ancora nel pieno della Guerra Fredda. In un simile scenario, il quarantesimo anniversario della bomba atomica su Hiroshima si configurava come un accorato monito affinché né Mosca né Washington facessero uso dei missili a testata nucleare puntati contro l’avversa Superpotenza.
Altri quarant’anni dopo, come si vede, il cronista è tentato di celebrare… “l’anniversario dell’anniversario”. Desta ovviamente impressione il fatto che sia trascorso lo stesso arco di tempo dal 1945 al 1985 e dal 1985 a oggi. Ma doverosamente compiamo questa sorta di doppio salto mortale all’indietro, per risalire a presupposti storici e circostanze del debutto dell’arma atomica.
Nello spazio di cui qui disponiamo, non possiamo purtroppo ripercorrere nel dettaglio la storia della scoperta della radioattività (che affonda le sue radici nell’ultima parte del secolo XIX), né degli studi miranti a ottenere la fissione nucleare in maniera controllata. Il nome di Enrico Fermi si staglia quindi altissimo su queste nostre parole, quale pietra miliare in rapidi progressi scientifici che, inevitabilmente, assumevano vieppiù un interesse anche militare. E’ noto come molti passi in tal senso fossero stati compiuti già dagli scienziati tedeschi, rallentati però dal crollo politico-militare della Germania. Dall’altra parte dell’Atlantico, era nel frattempo partito nel 1942 il progetto Manhattan, il quale – al contrario – si giovava di un potenziale industriale e di un indirizzo politico rafforzati dai successi bellici contro Germania e Giappone.
Sono le 5:29 del mattino di lunedì 16 luglio 1945, quando un bagliore accecante precede l’alba sul deserto del New Mexico. E’ appena esplosa la prima bomba atomica sperimentale. I pochi ammessi ad assistere alla scena – naturalmente a rispettosa distanza – indossano speciali occhiali protettivi. L’esplosione è giudicata tecnicamente un successo, coronamento di un percorso scientifico, militare e industriale che ha avuto il suo centro in Los Alamos, 250 miglia a nord di Alamogordo: autentica città segreta che funge da punto di convergenza di attività strategicamente sparpagliate sull’intero territorio nazionale. Come abbiamo visto, la bomba di Alamogordo detona a metà luglio del 1945: troppo tardi perché la nuova arma possa essere usata contro una Germania che si è arresa già a primi di maggio (il che quasi certamente non sarebbe comunque avvenuto, per tutta una serie di ragioni politico-diplomatiche sulle quali qui non possiamo dilungarci). Al contrario, il Giappone resiste strenuamente a una controffensiva americana che ha ormai portato alla conquista di Okinawa, “porta” dell’arcipelago giapponese, ma soprattutto – per quel che qui ci interessa – dell’arcipelago delle Marianne. Fino al giugno del 1944 i nuovi bombardieri B-29 americani – anch’essi sviluppati troppo tardi per poter essere impiegati in Europa – non hanno potuto disporre di basi a portata della loro autonomia. Da quel momento, dopo il fulmineo approntamento della gigantesca base aerea di Tinian, il Giappone è martellato da bombardamenti convenzionali ancora più distruttivi di quelli che, negli stessi mesi, radono al suolo le città tedesche. Alla disponibilità di basi e di aerei di tale potenziale si aggiunge, ora, lo spaventoso terzo ingrediente di una nuova apocalisse.
Per scatenare una simile risorsa contro il nemico, è ovviamente necessario il “sì” della politica. Franklin Delano Roosevelt è morto il 12 aprile 1945; gli è succeduto alla Casa Bianca il vicepresidente Harry Truman, cui i militari presentano il bilancio preventivo di un’invasione del Giappone tecnicamente analoga a quella appena conclusa nei confronti della Germania. Vi si parla di quattro milioni di morti giapponesi e di un milione di morti americani, cifra – quest’ultima – pari a più del doppio di quelli che saranno tutti i caduti statunitensi del conflitto. Non possiamo né sapremmo dire quanto tali stime siano state influenzate da vertici militari più che mai smaniosi di sfoderare la nuova arma, né quanto tutto ciò abbia pesato sul fatale “sì” di Truman.
Nelle primissime ore di lunedì 6 agosto 1945, un Boeing B29A si stacca dalla pista di Tinian. Al suo comando il colonnello Paul Tibbets, che ha “spodestato” l’originario comandante Robert Lewis; onde rendere ancora più plateale tale spodestamento, Tibbets ha ribattezzato l’aereo nientemeno che con il nome… di sua madre. Di lì a poche ore, la signora Enola Gay diverrà una delle genitrici più celebri nella storia dell’umanità… Gli aerei che scortano il velivolo di Tibbets si sparpagliano progressivamente su obiettivi alternativi: la scelta finale di Hiroshima è effettuata all’ultimo momento sulla base delle rilevazioni meteo, in una rosa di città le cui dimensioni siano – per così dire – “a portata di bomba”, tanto per poter dire che la quest’ultima ha distrutto una città intera (mentre di Tokyo avrebbe distrutto si è no un quartiere). La bomba viene sganciata alle 8:14, ora del Giappone; la caduta è rallentata da un paracadute, onde consentire all’aereo di virare in affondata e sottrarsi all’esplosione, che avviene a circa 580 metri di quota. Sul numero di morti all’istante si discute ancora: oggi, si stimano tra 70.000 e 80.000. Ancor più controverse le stime dei decessi avvenuti per ustioni e radioattività in una città cancellata in un’istante, ritratta da immagini che faranno presto il giro del mondo.
“We got your message in the radio / conditions normal, we are coming home“. Non certo soltanto la generazione di chi scrive ha ballato mille volte in discoteca la canzone “Enola Gay” degli Orchestral Manoeuvres in the Dark. In mezzo al testo della canzone, il messaggio dell’equipaggio durante il ritorno: “Condizioni normali, stiamo tornando a casa”. Militarmente parlando, fu la missione più normale che potesse esistere. Quella normalità fredda come una guerra farà compagnia al genere umano per una quarantina d’anni, almeno fino alla canzone Russians di Sting.
Roberto Codebò