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Perché del Cogne bis si parlerà sempre (troppo) poco…?

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Un processo, due imputati; e per reati diversi. Annamaria Franzoni risponde di calunnia (avrebbe falsamente accusato Ulisse Guichardaz di aver ucciso il piccolo Samuele); Eric Durst risponde invece di frode processuale (avrebbe prodotto una falsa prova per sviare le indagini). I due fatti sono connessi: la prova di cui l’Accusa vuole dimostrare la falsità era idonea ad accusare Ulisse Guichardaz, il presunto calunniato. Del resto, se connessione non vi fosse, non vi sarebbe un solo processo bensì due.

Insomma, tutto sembrerebbe procedere di pari passo. Invece, tra i due imputati – nonché tra le due ipotesi di reato – la differenza è profonda. Quando si parla di Annamaria Franzoni, il processo è poco “Cogne” e molto “bis”: i dati che servono per questo processo emergono a fatica dalle testimonianze, le quali spaziano tra mille aneddoti – spesso molto toccanti – inerenti la tragedia di Samuele.

Quando, invece, si parla di Eric Durst, tutt’altra musica. Il processo si affolla di interessanti deposizioni da romanzo giallo, a suon di risultati e controrisultati delle varie analisi che farebbero la gioia di ogni appassionato di scienze forensi. E la tragedia di Cogne, versione primo processo, fa sentire molto meno il proprio peso.

Sarebbe auspicabile che ciò accadesse anche quando si parla della Franzoni. Ma, francamente, ci sembra impossibile.

Già di per sé, i processi “bis” sono destinati a brillare di luce riflessa (altrimenti, non si chiamerebbero così); ancor più ciò avviene quando il processo principale – a causa della sua natura schiettamente indiziaria – non ha saputo esaurire il dibattito popolare su colpevolezza o innocenza. Così, quando si nomina Annamaria Franzoni, le due domande che ancora spumano sulla bocca delle gente sono sempre le solite: “Ma l’ha ucciso lei?”; e, in maniera forse ancor più significativa: “Come fa a essere in carcere se manca la prova decisiva?”.

In un simile scenario, le sette ore di deposizione di Stefano Lorenzi, o i commoventi ricordi della dottoressa Ada Satragni sono un immenso repertorio di aneddoti idonei ad alimentare – per l’appunto – quel dibattito popolare mai del tutto sopito. E ciò non è ancora nulla in confronto a ciò che accadrebbe se la stessa Annamaria Franzoni decidesse (per la prima volta nel Cogne bis) di comparire personalmente in aula.

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