Pont Napoléon, ovvero Vittorio Emanuele. Ovvero: chiuso per lavori

Posted On 14 Lug 2015

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La chiusura estiva del ponte della Gran Madre ci offre l’occasione per ripercorrere un po’ di storia del ponte, di Torino e persino dei suoi tram, che della chiusura del ponte stesso sono causa. Chi non fosse interessato a ciò, salti addirittura alle modifiche alla viabilità.

“Pont Napoléon”. Il Primo Console non aveva un grande rapporto con il Pontefice, ma fare i ponti piaceva molto anche a lui, che in tutti i territori che conquistò seppe far esercitare su amplissima scala quest’arte ingegneristico-architettonica considerata così importante sin dall’antichità (per tornare al gioco di parole di prima, il papa è oggi erede della carica di pontifex maximus, una delle più prestigiose della Roma repubblicana). A tale empito non poté ovviamente sottrarsi Torino, ed in particolare quel mozzicone di ponte in muratura sopravvissuto alla piena del 1706 e unito alla riva destra da un prolungamento in legno, ancora visibile oggi nelle pitture settecentesche.

Sontuoso per aspetto e posizione, il nuovo ponte non poté che portare proprio il nome di quel celebre còrso. Nome che, naturalmente, non poté sopravvivere alla Restaurazione. Anche perché quel punto della città venne scelto come tempio a cielo aperto (e non solo) della Restaurazione stessa: la chiesa della Gran Madre di Dio, edificata – come si legge sul suo frontone – ob adventum regis; e l’antistante piazza, derivata dalla risistemazione della Porta di Po dopo l’abbattimento delle mura, dedicata proprio a Vittorio Emanuele I, sovrano restaurato. Al quale, per non sbagliare, venne intitolato anche l’ormai ex Pont Napoléon.

Dopo la vittoria nella Prima Guerra Mondiale, piazza Vittorio Emanuele I divenne piazza Vittorio Veneto. Purtroppo si dimenticarono di cambiare nome – se non altro per simmetria – anche al ponte. Quindi, se sui pannelli informativi del traffico vedrete “Ponte Vittorio Emanuele chiuso per lavori”, ricordatevi che non si sta parlando di corso Vittorio e del relativo ponte che lo unisce a corso Fiume (e che è dedicato a Umberto I; meno male che almeno corso re Umberto non ha ponti, sennò non si capirebbe più nulla….).

Una scritta, quella sui pannelli informativi, che vedrete per un bel po’. Almeno fino a fine agosto; il tempo necessario perché la GTT si liberi da uno storico handicap del proprio sistema tranviario: il fatto che sul ponte della Gran Madre, a causa dell’obsoleta concezione delle rotaie, potessero finora transitare solo i tram più antichi. Per intenderci, quelli arancioni della serie 2800, costruiti dal 1958 in poi unendo coppie di tram degli anni Trenta per mezzo della geniale soluzione del carrello intermedio che, dal nome del suo inventore, si chiamò “giostra Urbinati”.

Ma era fin dalla fine dell’Ottocento i tram a cavalli solcavano il ponte, verso quello che oggi è il bellissimo capolinea che fa il giro attorno alla chiesa. Per tanti anni fu il capolinea del 4 (che non aveva nulla a che vedere con il 4 attuale); dalla riforma del 1982, viene utilizzato dal 13; ma soltanto, come detto, con vetture di antica concezione. Limite che è stato trasformato anche in pregio, destinando alla linea 13 antichi tram restaurati; ma che non poteva più essere tollerato dalla GTT, che sentiva il bisogno di far attraversare il ponte anche dai tram più recenti.

Tutto ciò costerà ai torinesi non pochi disagi, pur se temperati dal periodo estivo. Fattore che non potrà evitare l’ulteriore desertificazione della zona oltre il Po, già segnalata in questi giorni dai commercianti della zona; né l’ulteriore intasamento dei semafori lato corso Moncalieri e corso Casale, che dan filo da torcere a chi ci passa tutti i giorni. Disagi temperati – per chi può – dal fatto che il ponte sia rimasto aperto a pedoni e biciclette. Non dimenticate di farci una passeggiata fermandovi a metà per contemplare il Po da entrambi i lati. Tra cascatella, Monte dei Cappuccini e antichi fasti napoleonici, un attimo di relax della mente vi è assicurato. Chi scrive ve lo dice per consolidata esperienza.

Roberto Codebò

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