Processo amianto Olivetti: sul banco (che non c’è) i problemi della location

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L’auditorium del Liceo Scientifico Statale Antonio Gramsci di Ivrea è intitolato a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Profezia alla quale non si poteva venir meno: bisognava insomma destinare l’aula a un’importante vicenda giudiziaria. Scelta complessa, invero: dapprima, era stato scelto l’Auditorium Mozart, poi si è deciso di spostarsi qua, negli stessi mesi in cui lo stesso Palazzo di Giustizia di Ivrea ha deciso di cambiare sede, mutando sponda della Dora Baltea.

Tra i tribunali piemontesi che avevano sede in un comune non capoluogo di provincia, Ivrea è stato l’unico a salvarsi dalla soppressione. Grossissima gratificazione, premiata – nel quadro di una sorta di vittoria di Pirro – dal riversamento su Ivrea stessa del ruolo della soppressa sezione distaccata di Chivasso (che pure faceva capo a Torino). Se ciò è stato – com’è stato – sufficiente a far esplodere il calendario di cancellerie e giudici, è facile immaginare l’impatto su una sede così piccola di un gigante del calibro del processo per l’amianto alla Olivetti.

Scriviamo dalla settima fila di un’aula fredda e tutta bianca. Auditorium, quindi dotata di poltrone da cinema, con problemi a prendere appunti simili a quelli degli studenti dell’Università di Torino attualmente sfrattati da Palazzo Nuovo (del resto, sempre di problemi di amianto si tratta…). Sul piccolo palcoscenico, il tavolo per giudice e cancelliere; alla loro destra, il tecnico delle registrazioni è appollaiata su una sedia di fortuna; di fronte al palco, una fila di tavoli ospita strette strette accusa e difesa, ma per le parti civili non c’è posto. I loro avvocati siedono dunque nelle prime file della platea, dove ovviamente non ci sono né – come detto – banchi, né microfoni. Quando la parola va a loro, tocca all’avv. Zaccone, con inconfondibile gesto cavalleresco, farsi da parte per cedere momentaneamente il posto all’avv. Laura D’Amico. Tre file davanti a noi, così lontano dal giudice, l’avv. Audisio sembra uno spettatore qualsiasi…

“E’ quello che ci dà il Ministero”. Il giudice dott.ssa Elena Stoppino si scusa; né del resto la colpa è del personale eporediese, che ce l’ha messa tutta cambiando due location proprio a cavallo del trasferimento dello stesso Palazzo di Giustizia. Il vero problema sta, evidentemente, nelle troppo inflessibili regole sulla competenza per territorio.

Quando partì il primo processo Eternit, molto contestata fu la competenza del Tribunale di Torino, la quale derivava dal criterio ultraresiduale di cui all’art. 9, comma 3, del Codice di Procedura Penale, secondo il quale, se la competenza territoriale non può essere determinata in nessun altro modo, questa appartiene al giudice del luogo in cui ha sede l’ufficio del pubblico ministero che ha provveduto per primo a iscrivere la notizia di reato. Alla fine, il processo restò a Torino: più che per tale debole ancoraggio normativo, forse in nome di considerazioni più o meno implicite di logistica e di senso comune. A parte Genova – la cui competenza venne esclusa per altre ragioni – nessuna delle sedi ipotizzate avrebbe potuto accogliere un dibattimento di simili dimensioni.

Considerazioni di logistica e senso comune, dicevamo. Perché nel codice di rito non c’è una norma che imponga il trasferimento di un processo quando la sede originariamente competente risulti incapiente. Norma – lo riconosciamo – che non sarebbe facile da disegnare, ma che potrebbe ad esempio essere modellata sul foro competente per le Pubbliche Amministrazioni, o comunque tendente a spostare i processi di grandi dimensioni verso il capoluogo di distretto giudiziario (vale a dire, nella maggior parte dei casi, verso il capoluogo di regione). Regola che equiparerebbe le chance del ruolo giudicante a quelle del ruolo accusatorio: in questo processo – proprio in nome della maggior flessibilità goduta in tal senso dalle Procure – la squadra dei PM è guidata dalla dott.ssa Longo, apportatrice dell’enorme esperienza torinese in materia di processi per amianto. E dall’ombra della Mole, con un autentico miniesodo in treno e auto, sono del resto arrivati la maggior parte di avvocati e giornalisti.

Per la prossima udienza, in programma il 25 gennaio, hanno vagamente promesso una macchinetta per il caffè. I bagni ci sono ma sono per ora gelidi. Per mangiare qualcosa, bisogna salire al bar del liceo facendo impazzire gli addetti ai controlli d’ingresso. Del resto, l’inizio di un dibattimento del genere – si sa – è sempre piuttosto difficoltoso…

Roberto Codebò

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