
Abbiamo conversato con il direttore del Festival Internazionale dell’Economia di Torino ed ex Presidente dell’Inps, Tito Boeri su economia, stato sociale e situazione geopolitica. Questa la nostra intervista a Tito Boeri.
“Salvare lo Stato Sociale” è il titolo della nuova edizione del Festival Internazionale dell’Economia di Torino che prenderà il via in autunno. Perchè questa scelta?
Perché lo stato sociale è un tratto fondante dell’identità europea e mai come in questo momento è sotto attacco. Abbiamo avuto un calo dei tassi di fecondità più rapido di quello che le previsioni demografiche supponevano e questo è un problema molto serio per i sistemi pensionistici, ma anche per quelli sanitari. La popolazione in età lavorativa si riduce, quindi la capacità di finanziare programmi di spesa sociale, di pensioni e di spesa sanitaria.
Poi subentra l’aspetto geopolitico.
Abbiamo sempre più guerre e il nostro storico alleato strategico, gli Stati Uniti, sta diventando un agente di conflitto in giro per il mondo: cresce una necessità anche per l’Europa di dover provvedere in modo autonomo alle proprie difese e di aumentare la spesa militare. Inevitabilmente quando si aumenta la spesa militare, si finisce per andare a ridurre altri capitoli di spesa pubblica, soprattutto quella legata al welfare.

Rimanendo sempre nel tema, lei ha anche detto questo sentimento americano antieuropeo è anche dovuto a una sorta di invidia verso il welfare state europeo?
Sì, gli Stati Uniti rimproverano all’Europa di non avere sufficientemente finanziato la spesa militare e grazie a questo di avere alimentato programmi di spesa sociale più generosi di quelli che sono presenti negli Stati Uniti. Ma la verità è che la spesa sociale negli Stati Uniti è molto inefficiente, soprattutto sul piano della spesa sanitaria. Loro hanno un sistema sanitario che costa mediamente di più di quello europeo e non garantisce quel genere di prestazioni.
Ma c’è anche altro?
Le differenze che c’erano tra Stati Uniti e d’Europa in quanto a spesa militare e spesa sociale si sono ridotte perché gli Stati Uniti hanno aumentato di molto la spesa sociale negli ultimi anni e hanno ridotto la spesa militare, mentre in Europa è avvenuto il contrario. Anche da noi è aumentata in parte la spesa sociale, ma non tanto quanto negli Stati Uniti.
Stiamo vivendo in un periodo di di grande crisi geopolitica, ma anche sociale, economica e su tanti altri fattori. Siamo ancora in tempo, Italia e in Europa, per salvare lo stato sociale?
Certamente, se ne parleremo al festival è perché pensiamo che si debba salvarlo e che si possa salvarlo. Chiaramente bisogna fare tante cose ed è un impegno che dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni della classe politica.

E secondo lei perche?
L’Europa è anche un terreno in cui si stanno sperimentando tante soluzioni diverse e si possono imparare tante cose da quello che è stato fatto in diversi paesi perchè questo continente non ha un unico modello di welfare, ne ha tanti. La varietà è un fattore che può essere molto positivo perché si dà la possibilità di imparare dai successi e dagli errori. E quindi cercheremo in quei giorni del festival, portando a discuterne i migliori economisti del mondo che lavorano su questi temi, di identificare delle strategie perseguibili nei prossimi nei prossimi anni, nei prossimi decenni.
Infine, secondo lei il governo attuale è consapevole di questa situazione?
L’azione di politica economica di questo governo credo che sia improntata all’immobilismo, cioè “non si fa per non sbagliare”. Il problema è che i problemi ci sono e andrebbero affrontati. Ad esempio c’è il grande problema della povertà lavorativa, delle liste d’attesa interminabili e poi ancora le pensioni. Quindi mi sembra che sia un governo incapace di prendere l’iniziativa. Certo, meglio stare fermi piuttosto che fare le cose sbagliate, ma è la magra consolazione per un paese che ha di fronte a sé delle sfide molto impegnative.