Quella Farfallina granata che da cinquant’anni dribbla nel cielo

Posted On 15 Ott 2017


Ogni buon tifoso granata o quasi saprebbe snocciolare il nome di tutti o quasi i giocatori del Torino morti a Superga. Molto meno ricordati i nomi dei dirigenti, dei giornalisti, dell’equipaggio. Pensare che tra di essi c’è un cognome che – per uno spaventosa coincidenza nella vena tragica della storia granata – tanto dolore ha significato per il popolo granata: Pierluigi Meroni, comandante dell’aereo.

In quel maggio del 1949, il suo quasi omonimo Luigi Meroni aveva poco più di sei anni. Era nato a Como il 24 febbraio 1943, e tirava i primi calci a un pallone forse di stracci, forse ubriacando gli altri bambini con i dribbling che, tre lustri dopo la tragedia di Superga, avrebbero fatto impazzire fior di difensori della serie A. Avrebbe forse fatto impazzire anche i difensori delle Nazionali straniere se, durante i Mondiali inglesi del 1966, Edmondo Fabbri l’avesse impiegato un po’ di più. Per un’altra di quelle coincidenze molto granata, lo stesso Fabbri ritrovò Meroni nell’estate del 1967, quando, ripresosi dallo choc causatogli dal coreano Pak Doo-Ik, subentrò a Nereo Rocco sulla panchina granata.

Gigi Meroni era al Torino già dal 1964, dove, proveniente dal Genoa, era stato forgiato dal patron che ne aveva limate alcune inesperienze giovanili. Quel Torino – un po’ come quello attuale – navigava nella parte bassa della parte sinistra della classifica cercando di spiccare il volo verso le grandi. Il volo doveva essere – anche e soprattutto – quello della sua farfallina: soprannome guadagnato a Meroni dall’esilità del fisico, dall’ubriacante leggerezza del dribbling, nonché da una stravaganza del tutto fuori dai severissimi canoni dell’epoca. In anni in cui sul palco di Sanremo si saliva solo in smoking, le zazzere e le chiome poco curate facevano ricadere Meroni nella dispregiatissima categoria dei “capelloni”. Status aggravato da pantaloni dal taglio (allora) molto innovativo disegnati da lui stesso, e dal fatto – questo anche oggi quantomeno anomalo – di passeggiare portando al guinzaglio una gallina. Se a ciò si aggiunge il risiedere in una mansarda bohémienne e la relazione conclamata con una donna che non era sua moglie, la geniale anomalia del personaggio rispetto alla sua epoca appare davvero completa…

Domenica 15 ottobre 1967, il Torino batté la Sampdoria per quattro a due: tre gol di Combin per i granata, uno di Giobatta Moschino. Gigi Meroni venne espulso, e, dopo aver abbandonato anzi tempo il terreno di gioco, abbandonò anzitempo il suo ritiro post partita per tornarsene a casa in compagnia di Fabrizio Poletti (nel frattempo, Meroni si era trasferito in Corso Re Umberto). Scoprì di non avere le chiavi, e, in un’epoca che non conosceva cellulari, decise di andare nel bar lì di fronte per telefonare alla sua Cristina. L’attraversamento del corso gli fu fatale; a investirlo – altra mostruosa coincidenza tutta granata – il futuro presidente del Toro Tilli Romero.

Sette giorni dopo, un Toro spiritato batté la Juventus per quattro a zero, risultato troppo spesso verificatosi – come tre settimane fa – a squadre invertite… Nel frattempo la bara di Meroni era stata trasportata da gente come Cesare Maldini e Enzo Bearzot, in mezzo a ventimila persone accorse per salutare per l’ultima volta una splendida farfallina granata. Che ora da cinquant’anni dribbla nel cielo, forse incrociando qualche volta un aereo carico di invincibili, pilotato da un altro Meroni verso l’eterna leggenda granata.

Roberto Codebò

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