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Raggi e miraggi: valanga rosa sulle opposte sponde dell’Atlantico

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Boom delle donne nella politica italiana, proprio nei giorni in cui per la prima volta una donna ottiene la nomination alle presidenziali americane. Due Paesi considerati, ognuno a suo modo, retrogradi su questo fronte. Dell’Italia, sappiamo tutto; quanto agli USA, basti ricordare i periodici strali per il fatto che gli States siano sempre molto indietro nella classifica del gentil sesso nei posti chiave. Non solo mai nessun presidente in rosa, almeno fino al prossimo 20 gennaio; anche le governatrici, nei cinquanta stati più District of Columbia, scarseggiano.

Molteplici, e storicamente molto radicate, le ragioni d’un tale maschilismo d’Oltreoceano. Non dobbiamo mai dimenticare che il tessuto sociale americano trae origine dagli europei che, a partire dal secolo XVII, emigrarono per sfuggire alle persecuzioni religiose in un’Europa lacerata dai conflitti tra cattolici e protestanti. La pace di Augusta del 1555 aveva sancito il principio cuius regio eius religio: se il principe era cattolico, lo era anche il suo stato, idem nel caso del principe protestante. Chi era dell’opposta fede religiosa era invitato a smammare; ma un’emigrazione in terre così lontane e sconosciute (si pensi che New York, peraltro con nome di Nuova Amsterdam, venne fondata solo nel 1628) non poteva che essere appannaggio – come sempre – dei più convinti nonché fanatici. Il che fu all’origine della connotazione fortemente puritana – e suo modo bigotta – della società americana.

Con simili premesse, la condizione femminile non poteva certo essere evoluta. Se Hillary Clinton (ri)entrasse alla Casabianca da presidente, sarebbe la prima donna lavoratrice della storia ad abitarvi. Sin dai tempi di Martha Washington, vietatissimo per la first lady fare altro mestiere che non sia quello della first lady. Del resto, da Martha Washington a Hillary Clinton – come si vede – non è cambiato quasi nulla circa l’uso del cognome del marito…

Dopo aver dipinto un simile quadro, potremmo avere la sensazione di abitare in un’exclave della Scandinavia. Personalmente, non ho idea di quale sia il cognome del marito (o compagno) di Virginia Raggi e di Chiara Appendino, proprio nei giorni in cui la Raggi rischia di diventare la prima sovrana di Roma dal 21 aprile 753 a.C. in poi. Quanto alla Appendino, di una mamma trentunenne che sfida Fassino sappiamo tutto. Ma, da Giorgia Meloni in poi, tanta tanta valanga rosa alle loro spalle, che ha già fatto gridare a una piccola rivoluzione troppo a lungo attesa. Almeno dai tempi in cui, nel film “don Camillo e l’onorevole Peppone”, la compagna Clotilde Mari invitava le donne a dimenticare la loro fragile natura femminile e gridare “no!” ai mercanti di cannoni.

A quell’epoca si credeva che la donna, per emanciparsi, dovesse fare finta di essere un uomo. Oggi, si crede invece che, per salvare un mondo in crisi, debba più che mai essere donna. Non più – bacchettano le linguiste – avvocato, bensì avvocata; non più ministro, bensì ministra; non più Hillary Clinton, bensì Hillary Rodham.

Roberto Codebò

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