Sacco e Vanzetti: da novant’anni simbolo delle vittime innocenti della giustizia

Posted On 23 Ago 2017

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Stando a certi parametri, Bartolomeo Vanzetti da Villafalletto (CN) potrebbe essere il piemontese più famoso di tutti i tempi. Ma in Piemonte certi miti si celebran poco, e del resto troppo inscindibile è la persona di Vanzetti da quella di Nicola Sacco da Torremaggiore (FG). Da novant’anni esatti – ma in realtà anche da prima della loro esecuzione, della quale cade oggi per l’appunto il novantesimo anniversario – i due formano uno dei binomî più inscindibili che si conoscano: difficile per l’appunto nominare uno solo dei due senza dover chiamare in causa anche l’altro per far capire di chi si stia parlando; difficile, addirittura, citare il binomio invertendo i cognomi: Vanzetti e Sacco, chi erano costoro…?

Erano, in realtà, due dei moltissimi emigranti italiani che a cavallo tra Ottocento e Novecento avevano preso la via delle Americhe, e che con fatica tiravano a guadagnarsi la pagnotta. Sacco lavorando in una fabbrica di scarpe; Vanzetti facendo mille mestieri, e alla fine vendendo pesce agli angoli delle strade. Nel frattempo, i due avevano però aderito a uno di quei circoli anarchici – e dunque anche antimilitaristi – così temuti, in quel 1920, da un governo statunitense appena uscito dalla Prima Guerra Mondiale: vittorioso, sì, ma anche molto timoroso degli echi che Oltreoceano poteva avere il biennio rosso europeo (qualcosa del genere accadrà anche nel secondo Dopoguerra, con il maccartismo alias “caccia alle streghe”).

Sacco e Vanzetti, insieme con molti altri italiani, fuggirono così in Messico per evitare la chiamata alle armi. Ma, al loro ritorno, la tagliola del governo era pronta ad intrappolarli. Accuratamente schedati come sovversivi, al pari di altri loro compagni vennero fatti cadere in una rete di morti misteriose e accuse infondate. In particolare, i due vennero arrestati nel Massachusetts nientemeno che per il possesso di una pistola: un fatto che negli Stati Uniti spesse volte è considerato grave quanto portar con sé ostie in Vaticano (dipende però molto dagli Stati, diciamolo con onestà: nel New England la cosa non piace neanche oggi…). Mentre erano già in carcere, vennero poi accusati di essere stati autori, poco prima dell’arresto, di una rapina conclusasi con la morte di un cassiere e di una guardia giurata. Reato punibile da quelle parti, ora come allora, con la pena di morte.

Scrivendo e venendo letti in Italia, si potrebbe credere che una simile ricostruzione sia figlia di partigianeria nazionalistica. In realtà, nei sette anni trascorsi tra l’arresto e l’esecuzione, le manifestazioni in favore di Nick and Bart si succedettero a Londra, Parigi, in Germania e anche altrove. Fatti ben meno ovvi e dunque più clamorosi della mobilitazione in loro favore da parte del governo fascista (del resto forse meno titolato a sostenere certe cause in favore della libertà d’opinione…). “E tutto il mondo reclama la loro innocenza”, cantarono molti anni dopo Francesco De Gregori e Giovanna Marini senza esagerare: un’America che nel frattempo aveva iniziato a vivere i ruggenti Anni Venti – che si conclusero poi traumaticamente con il crollo di Wall Street del 1929 – veniva per contro dipinta come liberticida e forcaiola. Sacco e Vanzetti, man mano che una scontata condanna si avvicinava, si accingevano a divenire il simbolo più alto della condanna persecutoria e ingiusta. Non era neppure necessario scomodare politica e ideologie, infatti, per fa notare che dalle risultanze processuali emergeva chiaramente che non erano stati né Sacco né Vanzetti a uccidere la cassiera e la guardia giurata.

Ma il verdetto, ahiloro, era già scritto molto prima di venir pronunciato. Nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1927, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti in quest’ordine vennero fatti accomodare uno dopo l’altro sulla sedia elettrica del penitenziario di Charlestown, Massachusetts, cessando di vivere a sette minuti di distanza uno dall’altro. Cinquant’anni dopo il governatore Michael Dukakis – poi sconfitto nel 1988 alle presidenziali da George Bush senior – pronunciò in loro favore un discorso benevolo che non seppe però assurgere a formale riabilitazione. Da novant’anni, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti restano il simbolo delle vittime innocenti di una giustizia che, come disse Enzo Tortora, a volte forse dovrebbe essere più giusta.

Roberto Codebò

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