Safari anche via acqua, e l’elefante della porta accanto

Posted On 02 Lug 2019

Chobe National Park, Botswana, 29 giugno

Il nostro campo tendato, nella Moremi Game Reserve, non ha alcuna recinzione perimetrale. Le tende per gli ospiti formano un semicerchio in mezzo alla savana, al centro del quale si ergono la cucina da campo e la tenda per consumare i pasti. La partenza per il primo safari ha luogo alle sei del mattino: sulla nostra Toyota – che ha la cabina originale aperta verso il lato posteriore, su cui si trova il cassone attrezzatto a passeggeri – si sale ufficialmente dal lato sinistro, ma noi abbiamo scelto un posto cui si accede direttamente dall’altro lato arrampicandosi sulle barre della fiancata. La quale è rigorosamente aperta, cosa che ci espone ai rigori dell’inverno australe, che, prima che il sole sorga, si fanno sentire eccome. Obbligatorio dunque imbacuccarsi ben bene, con l’aggiunta della coperta che troviamo in vettura, e che ha una gran voglia di volar via a ogni sobbalzo regalato da piste veraci e balestre d’altri tempi.

Il re della foresta, stavolta, non si vuole proprio far vedere. Pare sia in corso una faida tra maschi, il cui episodio più eclatante – come avete letto nella scorsa puntata – è stata l’uccisione di due cuccioli. Non conosciamo la sorte del maschio adulto soppiantato – il padre dei due cuccioli uccisi -, né riusciamo ad avvistare il nuovo ras della zona. Il nostro autista scambia costanti informazioni via radio con i colleghi alla guida delle altre jeep, sin quando si converge verso l’ennesima radura, che ai nostri occhi quasi vergini d’Africa potrebbe sembrare la stessa in cui ci siamo commossi alla vista di quelle due piccole innocenti carcasse. Altro luogo invece, ed altra puntata della medesima faida: niente re della foresta (anzi, della savana) nemmeno stavolta, e spazio alle regine. Due splendide leonesse adulte, una delle quali porta con sé un cucciolotto che certifica la fedeltà riproduttiva di certi pelouche, mentre teneramente si coccola la mammina in mezzo a non meno di sette jeep – e di cinquanta spettatori – che scattano foto a mitraglia. L’altra femmina si aggira più timida e dispersa: pare sia la madre dei due piccoli massacrati. Alla spietata legge di natura non sono certo insensibili i suoi destinatari naturali…

Il ritorno al campo base avviene in tempo per il pranzo, servito da un simpatico e sorridente personale rigorosamente – almeno così ci pare – di etnia setswana. La nostra tenda è su per giù dieci metri più in là: tutt’a un tratto, un simpatico elefante le si avvicina e le fa un giro attorno, autentico gradito ospite inatteso che forse ancor più vorrebbe avvicinarsi al nostro banchetto. Palpabile la tensione all’interno del nostro gruppo, come sempre in capo a chi non è abituato a simili rendez-vous: tutt’al contrario per il nostro autista William, che dalla sua sedia vicino a un focherello contempla l’animale con una calma temprata dall’abitudine ai luoghi, e a una vita lontana dalle comodità occidentali.

Se è vero che i safari hanno una connotazione prevalentemente terrestre, è altresì vero che in essi non disdegnano divagazioni via acqua. Nel quadro della ricerca dei leoni di cui sopra, variante a base di mokoro, imbarcazione stretta a lunga con scafo metallico (in questa sua versione moderna), sulla quale prendono posto due passeggeri con dietro di sé il rematore, che da in piedi spinge lo scafo con un bastone che non è però anche un remo, ché spinge l’imbarcazione puntando sul basso fondale. Straordinaria la bravura di questi autentici gondolieri d’Africa, che riescono a mantenere i nostri quattro scafi letteralmente incollati uno all’altro. Tecnica che diviene particolarmente utile quando la via ci viene sbarrata da un branco d’elefanti, particolarmente vigili causa presenza tra loro di alcuni cuccioli. Mentre il grosso del gruppo tende a liberarci la via, un maschio adulto esita a lungo, ci punta, ci sfida, quasi ci interroga rivelando la propria inquietudine con il caratteristico sventolio delle orecchie. I nostri rematori calcolano tempi e umori con massima precisione: il passaggio avviene senza incidenti diplomatici di sorta.

Dopo l’ennesimo safari mattutino, appuntamento con i nostri aerei nella pista d’atterraggio che dista pochi chilometri dal nostro campo base. Solo una manica a vento a segnalarla da lontano; un solo aereo in piazzola, mentre attendiamo i velivoli che ci porteranno a Kasane. Ne arrivano due, da sei posti ciascuno, così angusti che si rendono necessari scambi di bagagli tra un aereo e l’altro. Cinquanta minuti di volo, sbattuti ma non troppo dalle onde del cielo, molto simili a quelle del maree. Dall’aeroporto di Kasane, rotta in jeep verso il Chobe National Park. La nostra prima reazione alle ritrovate comodità è quasi d’astio: sintomi evidenti d’una antica sindrome chiamata mal d’Africa.

Roberto Codebò
(2-continua)

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